Le sfide per Washington e Bruxelles: governare la transizione e garantire qualità, mantenendo la centralità del capitale umano
Se si guardasse esclusivamente ai numeri, a oggi le preoccupazioni legate a ipotetici scenari apocalittici non sarebbero poi tanto giustificate. In generale i mercati del lavoro di Stati Uniti e Unione europea vivono una fase di stabilità, con i tassi di disoccupazione che si mantengono su valori perlopiù bassi, anche se non mancano alcune criticità. Negli Usa, per esempio, il mercato del lavoro sta attraversando una fase di moderato rallentamento, dopo la spinta degli ultimi anni, causato non tanto dai licenziamenti, quando da una più contenuta attività di assunzione (a cui inoltre va associata in molte aree del paese l’annosa condizione dei cosiddetti “lavoratori poveri”). Nell’UE, invece, il mercato del lavoro è caratterizzato da un’occupazione piuttosto elevata e da tassi di disoccupazione ai minimi storici, pur in presenza, tuttavia, di divari talvolta evidenti tra paesi membri. In generale, le spinte contrapposte di innovazione tecnologica, dinamiche demografiche e instabilità geopolitica stanno ridisegnando i confini dell’occupazione occidentale. La prima discontinuità è rappresentata dall’intelligenza artificiale e dalle tecnologie ultra-avanzate, laddove proprio l’AI agisce da acceleratore di metamorfosi di mansioni e impieghi. Secondo il report Employment and Social Trends 2026 dell’ILO, l’incertezza legata all’adozione tecnologica può determinare una temporanea cautela delle aziende nelle assunzioni. Altre analisi prevedono che nei prossimi anni diversi posti di lavoro negli Stati Uniti (ma la dimensione è replicabile anche altrove) verranno ridefiniti dal ricorso massiccio all’intelligenza artificiale. Tanti i settori potenzialmente coinvolti: dalle professioni creative alla logistica. Un’altra componente che non può essere trascurata è la gestione sempre più complessa dei flussi migratori. Con i paesi ad alto reddito che affrontano l’invecchiamento della popolazione e una crescita della forza lavoro interna che si riduce, gli ingressi diventano un fattore economico importante per colmare i vuoti nei settori chiave, dai servizi alla manifattura, ma l’integrazione, oltre a questioni di carattere politico, richiede provvedimenti volti a una complessiva riqualificazione professionale per evitare la polarizzazione del mercato e l’aumento delle disuguaglianze. Infine, non da meno, le crisi geopolitiche e i conflitti commerciali agiscono da elementi di profonda incertezza. Molti report finanziari globali, in questi anni, hanno messo in luce come i blocchi nelle catene di approvvigionamento spingano le imprese occidentali verso strategie di rilocalizzazione, scelte che mirano a proteggere il tessuto domestico, ma che rischiano di frammentare il mercato globale, innescando spinte inflazionistiche sui salari. È in questo scenario, allora, che la sfida per Washington e Bruxelles non sarà solo quella di continuare a creare occupazione, ma governare la transizione e garantire qualità – al cospetto di “rivali strategici” sempre più competitivi, Cina in testa –, mantenendo la centralità del capitale umano.