Da Draghi ancora un’ultima strigliata all’Ue. «Se tutti si avvicinassero al livello già raggiunto dai migliori, i benefici di lungo periodo in termini di benessere potrebbero superare il 3%»

Per «la prima volta a memoria d’uomo siamo davvero soli, insieme». Sugli Usa «non si può più fare affidamento per prendere le decisioni al posto nostro sui grandi temi globali, come la sicurezza, né tantomeno la Cina potrà mai prendere il posto di Washington, a patto di non voler consegnare le chiavi di casa a Pechino». Questo l’assunto su cui si fonda l’ultimo allarme lanciato dall’ex presidente della Bce ed ex presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, ieri da Aquisgrana. Gli allarmi verso Bruxelles orami non si contano più. Nulla di nuovo, quindi, se non quella “costante imprevedibile” rappresentata da Donald Trump alla Casa Bianca e l’ennesima guerra, la terza nel Golfo Persico, iniziata ufficialmente il 28 febbraio 2026, pericolosissima in termini di prezzi e mercati, di approvvigionamento energetico e di libera circolazione delle merci. «In un mondo di partnership mutevoli, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata», è uno dei passaggi più significativi del discorso di Draghi. Uno scenario che è «il riflesso del nostro fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo». Finché hanno funzionato «i due presupposti fondamentali» e cioè «il libero scambio al suo interno attraverso il mercato unico, e all’esterno attraverso un ordine internazionale basato su regole; il secondo che l’Europa non avrebbe mai più dovuto affrontare le questioni più spinose relative al potere e alla sicurezza, perché sarebbero state risolte per noi», l’Europa ha potuto continuare, in un certo senso, “a fare finta di niente”, cioè rinviando decisioni e riforme strategiche. Il risultato di tutto ciò, sottolinea Draghi, è «un’economia asimmetrica, da cui derivano molte delle nostre vulnerabilità». E così «con il cambio di paradigma a Washington, le tensioni in Medio Oriente, i dazi, la corsa alle materie prime sempre più rare e concentrate», i due presupposti si stanno rivelando assolutamente «vacui». Ora l’Europa, davvero, non ha più tempo da perdere. Per questo Draghi chiede a Bruxelles di passare all’azione, «spezzando il circolo vizioso» di «un’azione inadeguata rispetto alla portata della sfida, che può diventare peggiore dell’inazione». Più il tempo passa, peggio è: «Le esigenze di investimento sono diventate immense: quella che era già stimata a circa 800 miliardi di euro all’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi euro annui in media». Messaggio ricevuto?