di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Un articolo pubblicato oggi da Famiglia Cristiana sul talento sprecato delle donne italiane affronta una criticità strutturale del nostro sistema socioeconomico, nel quale, stando ai dati, le donne, pur avendo in media una formazione più elevata rispetto agli uomini, una volta entrate nel mercato del lavoro, continuano a incontrare ostacoli che ne limitano la piena realizzazione professionale. Una contraddizione che va affrontata attraverso una maggiore valorizzazione del lavoro femminile, non solo per ragioni di equità sociale, ma anche per evitare un enorme spreco di capacità e competenze e per consentire alla componente femminile della società un maggiore contributo al sistema economico, fiscale e previdenziale, a vantaggio dell’intera collettività. Alla base di questa situazione due vulnus del sistema: da un lato la sottorappresentazione femminile nelle competenze Stem, maggiormente richieste dalle aziende, dall’altro le rigidità organizzative ed i modelli produttivi costruiti, più che su merito e produttività. Un’impostazione che ostacola un’efficace conciliazione tra vita privata e lavoro, penalizzando soprattutto le donne, sulle quali ricade ancora prevalentemente il carico della cura familiare. Occorre un cambio di passo concreto per affrontare entrambe le criticità, con una nuova cultura del lavoro, fondata su nuove competenze e nuovi modelli organizzativi, oltre che, chiaramente, garantire maggiori servizi per le famiglie. Anche perché il problema assume un’importanza ancora maggiore alla luce dell’inverno demografico che sta colpendo l’Italia: nei prossimi anni assisteremo, infatti, a una riduzione significativa della popolazione in età attiva. Ciò significa che il pieno coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro non sarà soltanto una questione sociale, ma una necessità economica imprescindibile. Il contributo femminile sarà infatti indispensabile per sostenere crescita, produttività e welfare. Senza considerare, poi, il tema della natalità, in calo costante certamente per motivi culturali, ma anche e soprattutto per cause economiche, come ricorda, sempre sul settimanale cattolico, il demografo e consigliere Istat Blangiardo, e per questo occorre garantire alle giovani famiglie e alle giovani donne in particolare quella sicurezza economica indispensabile per un progetto di genitorialità. Per queste ragioni occorre costruire un modello di sviluppo più moderno e inclusivo, capace di riconoscere il valore del lavoro femminile e di trasformarlo in una leva di crescita per tutto il Paese. Investire sulle donne significa investire sul futuro dell’Italia. La politica, le imprese e le parti sociali devono assumersi fino in fondo la responsabilità di superare i ritardi storici che il Paese non può più permettersi di trascinare nel tempo. Con coraggio e visione.