di Francesco Paolo Capone
Noi dell’UGL siamo alquanto poco inclini al politicamente corretto, soprattutto quando si traduce in una smaccata operazione di ipocrisia. Ancora di più, quando lo si utilizza per progetti che hanno un pessimo impatto sociale. Mi riferisco, in particolare, all’ennesima vertenza che si è aperta nel Gruppo Electrolux. «Al via un percorso per ottimizzare il proprio assetto organizzativo e produttivo in Italia», è stato l’annuncio diffuso ieri dall’azienda sulle agenzie di stampa. Salvo poi spiegare che, a causa di una «fase di marcata difficoltà» che il settore degli elettrodomestici sta attraversando in Europa per diversi fattori, «tra cui domanda persistentemente debole, una sempre maggiore pressione competitiva, costi strutturalmente elevati, e crescente complessità operativa», in Italia saranno interessate «dal processo di ottimizzazione circa 1.700 posizioni». Ovvero il 40% della forza lavoro! Le rassicurazioni in merito al fatto che «ogni impatto sulla forza lavoro sarà gestito nel rispetto delle opportune procedure formali e attraverso interlocuzioni costruttive con istituzioni e sindacati», non ci bastano e non ci fanno rinunciare ad indicare alcuni punti fermi. Apprezziamo la tempestiva convocazione da parte del ministero dell’Industria, per il 25 maggio, ma quello che occorre, per arginare un vero e proprio processo di deindustrializzazione in atto in Europa, non solo in Italia, è ben altro e di più ampio respiro. Ovviamente un respiro europeo!
Sì, perché, la crisi del settore elettrodomestici in Europa è strutturale e dovuta alla forte concorrenza asiatica, a costi di produzione elevati e al calo della domanda, ma anche al fatto che la necessità di rispondere alle normative “green” ha fatto la sua parte nella crisi dell’intero settore e di altri 17 settori. Normative “green”, che come è noto, sono state scelte in maniera piuttosto unilaterale e ideologica a Bruxelles, senza cioè dare sufficiente ascolto a coloro che, per primi, sarebbe stati travolti e sconvolti dalla transizione ecologica e tecnologica, cioè imprese e lavoratori, quindi sindacati, e che per l’ennesima volta stanno dimostrando tutta la loro fallacia sia in termini di sostenibilità ambientale sia di tenuta del tessuto produttivo e occupazionale – e quindi sociale! – di tutto il vecchio Continente. Anche l’Europa deve farsi carico di questa situazione, come di tutte le altre disseminate per i vari Stati membri, partendo da una riforma del Patto di Stabilità nonché sviluppando un’autonomia strategica nei settori commerciali e industriali per reggere la concorrenza internazionale.
L’ennesima vertenza Electrolux sta dimostrando tutta l’urgenza di un deciso cambio di passo da parte di Bruxelles non solo in termini linguistici e di contenuto, ma soprattutto di strategia, perché far pesare sempre sul lavoro la necessità di una «ottimizzazione» industriale è una scorciatoia vecchia come il mondo e per nulla smart.