di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Nel nuovo numero di Pagine Libere, presentato oggi presso lo spazio polifunzionale del mercato di Ponte Milvio a Roma, insieme a Carlo Buttaroni e Ada Fichera, con la moderazione di Lorenzo Petrucci, abbiamo affrontato il tema del ceto medio. Questa classe sociale, che era, e dovrebbe continuare ad essere, la spina dorsale del Paese, sta rischiando di dissolversi, aprendo la strada a una società composta da pochissimi ricchi e da una massa crescente di poveri, anche fra autonomi e “colletti bianchi”. Una prospettiva fosca, con la contrazione dei consumi, degli investimenti e del contributo fiscale necessario a sostenere il welfare, senza dimenticare l’aspetto culturale e la coesione sociale. Il timore è che chi ancora si riconosce in questo ceto stia progressivamente arretrando: i giovani spesso attraverso l’emigrazione, gli altri rinunciando all’ambizione di migliorare la propria condizione e limitandosi a difendere il livello di benessere raggiunto, di fronte all’erosione del proprio potere d’acquisto. Una delle cause principali di questa situazione va ricercata, infatti, nell’aumento dei prezzi, al quale non corrisponde una conseguente crescita delle retribuzioni e delle pensioni, che sta provocando un impoverimento costante. I prezzi, però, sono determinati da chi controlla le materie prime e l’Italia, soprattutto sul piano energetico, continua a pagare le conseguenze di decisioni miopi del passato, come quella sul nucleare. Scontiamo, poi, la scelta di posizionare il nostro sistema produttivo, nel “gioco” della globalizzazione, non tanto, come opportuno, puntando sulle eccellenze, spesso acquistate da gruppi stranieri, ma sulla produzione di massa, finendo inevitabilmente per perdere il confronto con sistemi imparagonabili al nostro per costo della vita e situazione politico-sociale, come quello cinese. A corollario, un ascensore sociale bloccato e un sistema del credito rigido nel supporto a imprese e privati. Il Paese è stato frenato, sul piano dell’innovazione e dello sviluppo, dalla paura del debito pubblico, soprattutto negli anni in cui la visione politica, sia nazionale sia europea, era dominata dall’austerità, finendo per aggravare anziché risolvere i problemi. Perché il nodo centrale non è tanto l’entità del debito, quanto la capacità di sostenerlo attraverso crescita, investimenti e consumi interni. Serviva allora, e serve ancora oggi, soprattutto in una fase in cui i mercati sostengono l’affidabilità del nostro Paese, una visione economica espansiva. In questo senso, il governo Meloni ha introdotto un cambio di prospettiva: da un lato supportando i lavoratori con politiche dei redditi mirate, come il taglio strutturale del cuneo fiscale, dall’altro mantenendo un’impostazione economica orientata alla crescita, anche nei momenti più difficili della crisi ucraina e di quella mediorientale, nonostante i vincoli Ue. L’obiettivo deve essere quello di restituire fiducia a un ceto medio che continua a guardare al futuro con apprensione e incertezza.