di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

L’analisi su prezzi e salari, di Milena Gabanelli e Simona Ravizza, pubblicata oggi sul Corriere della Sera, coglie diversi elementi reali della crisi del potere d’acquisto dei redditi da lavoro, con numeri che confermano una forbice troppo ampia tra crescita dei prezzi e delle retribuzioni. I primi, tra il 2019 e il 2025, sono aumentati del 19,7%, e le seconde, invece, solo del 12,2%, con una perdita della capacità di spesa stimabile attorno ai 3.000 euro annui e una disparità evidente con le altre economie Ocse, dove i salari lordi reali, al netto dell’inflazione, sono cresciuti del 30% ed oltre, mentre da noi sono diminuiti del 2,4%. A causa dei ritardi cronici dei rinnovi contrattuali, una parte significativa dell’aumento del costo del lavoro è stata scaricata sulle casse pubbliche attraverso il fisco. Il governo, infatti, è intervenuto in modo massiccio per salvaguardare i redditi dei dipendenti, con la riduzione del cuneo fiscale, la rimodulazione dell’Irpef, bonus e detrazioni, interventi su straordinari, lavoro notturno, bonus di risultato e aumenti contrattuali, con il prelievo agevolato al 5%. Si tratta di strumenti che, pur non risolvendo il problema a livello strutturale, hanno consentito di attenuarne l’impatto. Ma non può essere solo lo Stato a sostenere il peso degli aumenti salariali, che spettano in primis alle imprese, richiedendo una maggiore responsabilità del sistema produttivo nella redistribuzione della ricchezza, non solo a fini di giustizia sociale, ma anche con motivazioni prettamente economiche, per sostenere i consumi. Insomma, i salari devono crescere attraverso la contrattazione ed in questo senso le misure di rafforzamento ed estensione dell’indennità di vacanza contrattuale, previste nel cosiddetto “decreto primo maggio” vanno nella direzione giusta, ma, di nuovo, sono di iniziativa governativa. È vero, come si legge, che serve un salto di qualità all’interno delle organizzazioni che rappresentano il mondo produttivo, un impegno più coordinato da parte delle stesse organizzazioni sindacali, in un mondo del lavoro che è cambiato profondamente dopo la globalizzazione. Qui si è inceppato il sistema, per rispondere alla domanda posta nell’articolo: con la forza contrattuale dei sindacati nazionali indebolita a causa della presenza di aziende globali e quindi pronte a delocalizzare. Per affrontare la situazione, serve un’attenzione particolare sul fronte del riallineamento delle competenze per colmare il mismatch e garantire posti di lavoro ad alto valore aggiunto, più richiesti, meno sostituibili e meglio retribuiti. E poi un impegno convinto sul versante della contrattazione e del welfare aziendale e, infine, sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, antidoto per riconnettere aziende, territorio e dipendenti, un modello che andrebbe esteso e supportato, superando le pregiudiziali ideologiche che ancora esistono in parte del mondo sindacale.