Dfp: indicatori rispettati. Il nuovo documento di finanza pubblica conferma gli obiettivi di bilancio su spesa netta e riduzione di deficit e debito, anche con le nuove incertezze globali, tra Hormuz e Bruxelles

Il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento di finanza pubblica, che aggiorna i progressi del Piano di bilancio 2025-2029 e una chiara sintesi del Dfp l’ha fornita il ministro Giorgetti: un «momento complicato, ma l’Italia rispetta tutti gli indicatori». Il testo, inviato a Parlamento e Quirinale, conferma un approccio prudente, come sottolineato dallo stesso titolare dell’Economia, alla luce dell’incertezza globale. Le stime indicano una crescita del Pil, sostenuta dai consumi, dello 0,6% nel 2025, e in lieve aumento, dello 0,8%, nel 2026-2027. Intanto il rapporto deficit/Pil nel 2024 è sceso al 3,4%, con una performance migliore rispetto alle attese, nel 2025 al 3,3% e nel 2026 si conferma la stima del 2,8%, che consentirebbe l’uscita dalla Procedura per disavanzi eccessivi, con un percorso discendente agevolato poi negli anni successivi anche dal calo dell’impatto dei crediti fiscali legati al Superbonus. La spesa netta, indicatore chiave per la sorveglianza europea, mostra un calo superiore alle previsioni nel 2024 (-2,1%) e per gli anni successivi la spesa resta sotto controllo, rafforzando la strategia di consolidamento. Lo scenario, però, resta fragile: la criticità del contesto internazionale, in particolare la crisi energetica aggravata dalla guerra in Iran, rischia di rallentare l’economia rispetto allo scenario previsto, mentre l’inflazione potrebbe risalire fino al 3 o al 4%. Cruciale la data del prossimo 22 aprile: con il varo del testo da parte del Consiglio dei ministri e, nella stessa data, il giudizio di Eurostat, che, se confermasse un rapporto deficit/Pil superiore al 3%, potrebbe mantenere il Paese soggetto alla procedura europea, limitandone la capacità d’azione a sostegno delle imprese e dello sviluppo. Per questo Giorgetti ha sollecitato Bruxelles a riconoscere il conflitto in Medio Oriente come «circostanza eccezionale» per ottenere maggiore flessibilità, richiesta che finora non ha trovato accoglimento da parte della Commissione Ue.