Cessate il fuoco di 10 giorni tra Israele e Libano, ma violazioni e tensioni regionali ne minano la tenuta
Stanotte è entrata in vigore una tregua di 10 giorni tra Israele e Libano, dopo settimane di combattimenti intensi, con oltre duemila morti, settemila feriti, circa un milione di sfollati e distruzioni diffuse, specie nel sud del Paese dei Cedri. Promossa dagli Stati Uniti e annunciata da Donald Trump, l’intesa è stata accolta con speranza, da parte di tutta la comunità internazionale ed in particolare dagli attori chiave, come Pakistan e Paesi Arabi, ma anche con cautela. Sul piano umanitario, la tregua ha consentito a migliaia di civili di tentare il rientro nelle proprie case, tra infrastrutture danneggiate e vie di comunicazione ancora insicure, ma l’esercito libanese ha lanciato un appello ai cittadini affinché non ritornino precipitosamente nei villaggi e nelle località del sud del Paese. Il clima, infatti, resta ancora instabile, con accuse reciproche di violazioni. L’esercito libanese ha denunciato infrazioni da parte israeliana già nelle prime ore, mentre raid e movimenti militari hanno continuato ad alimentare tensioni lungo il confine. Israele, pur aderendo formalmente alla tregua, ha intenzione di mantenere una presenza militare nel sud del Libano e non esclude operazioni mirate contro Hezbollah, che da parte propria afferma di avere ancora «il dito sul grilletto», segno di un accordo ancora fragile, anche perché il cessate il fuoco si inserisce in un contesto regionale più ampio ed è strettamente collegato ai negoziati tra Stati Uniti e Iran e alla crisi nello Stretto di Hormuz, fattori che influenzano direttamente l’equilibrio di tutto il Medio Oriente. La tregua appare quindi più come una sospensione tattica delle ostilità che un vero passo verso la pace, mentre il rischio di una nuova escalation resta concreto. Nel frattempo, il premier libanese, Nawaf Salam, dovrebbe essere presente, martedì prossimo, al Consiglio Esteri Ue a Lussemburgo.