di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
I dati diffusi ieri da “Svimez Comunica” impongono una riflessione che non può più essere rinviata. Le prospettive per il 2026 e il 2027 generate dalla crisi nel Golfo Persico delineano un rallentamento che rischia di colpire l’intero sistema economico nazionale, con effetti differenziati ma convergenti nella loro gravità: da un lato la possibile contrazione del Pil nel Centro-Nord, più soggetto a un rallentamento dell’industria a causa del caro-energia, dall’altro il calo della spesa delle famiglie nel Mezzogiorno, con le conseguenze dei rincari dei carburanti che si ripercuotono sui beni intermedi e di consumo. Si tratta di una dinamica che si inserisce in un contesto già fragile. Negli ultimi anni, infatti, la crescita del Sud è stata sostenuta in larga parte da fattori straordinari, come gli investimenti pubblici e le risorse del Pnrr, che nel 2024 hanno contribuito in modo significativo all’espansione economica, con un incremento del PIL superiore alla media nazionale (+1% contro +0,7%). Questo slancio, però, si sta progressivamente esaurendo, riportando in superficie debolezze strutturali mai realmente superate, ora aggravate dalla vulnerabilità del sistema economico italiano, e quindi anche del Mezzogiorno, agli shock esterni. La crisi industriale europea, il rallentamento della domanda globale e le tensioni energetiche stanno incidendo in maniera significativa sulla capacità di crescita del Paese, con effetti particolarmente evidenti nei territori più esposti. In questo scenario, è necessario adottare politiche economiche in grado di sostenere la crescita in modo strutturale e inclusivo, con investimenti ad alto moltiplicatore, capaci di generare occupazione stabile, rafforzare la competitività delle imprese e sostenere il potere d’acquisto delle famiglie. Allo stesso tempo, è necessario aprire una riflessione seria sulle regole europee: mantenere vincoli stringenti di bilancio rischia di comprimere la capacità degli Stati di intervenire proprio nelle fasi di maggiore difficoltà, in modo controproducente per il benessere economico e sociale di tutta l’Unione. È evidente che, senza adeguati margini di flessibilità sugli investimenti strategici – a partire da quelli energetici e infrastrutturali – diventa complicato sostenere una politica economica realmente espansiva. E per l’Italia il Mezzogiorno rappresenta, ancora una volta, il banco di prova più delicato: nonostante i segnali positivi degli ultimi anni, resta un’area segnata da forti criticità, basti pensare che oltre il 30% dei lavoratori meridionali si trova in condizioni di lavoro povero. In assenza di interventi mirati, il rischio è quello di una nuova fase di divergenza territoriale, con conseguenze pesanti sul piano sociale oltre che economico, che dobbiamo evitare per sostenere la crescita non solo del Sud, ma dell’intero Paese.