di Francesco Paolo Capone
Siamo tutti ovviamente con il fiato sospeso nell’attesa che le trattative tra Usa e Iran riprendano, nella speranza di una immediata riapertura dello Stretto di Hormuz.
Tuttavia, sappiamo benissimo che, qualora avvenisse, nella migliore e più improbabile delle ipotesi, in tempi brevi, la riapertura di quel tratto strategico, da cui passa il 20% del petrolio mondiale, ma non di quello americano, non si ritornerebbe nell’immediato ad una congiuntura economica identica a quella di cui potevamo godere – e non era di neanche poi così fiorente – prima della chiusura dello Stretto. Ciò perché è già stato prodotto un profondo shock alle catene di approvvigionamento. È già stato calcolato che la piena normalizzazione dei flussi di petrolio e la stabilizzazione dei prezzi richiederanno diverse settimane, se non addirittura mesi. Sempre mesi ci vorranno per una normalizzazione del trasporto aereo e per il ripristino delle scorte di carburante. Addirittura, anni ci vorranno affinché il prezzo del greggio torni al di sotto dei 70 dollari al barile. E, di sicuro, i grandi produttori non hanno interesse, al momento, di ripristinare tutto come prima. L’Iran, infatti, ha dichiarato oggi che «le vendite di petrolio dall’inizio della guerra sono state positive e motivo di soddisfazione per il Paese» e allo stesso tempo che sono pari a 270 miliardi di dollari le perdite iniziali causate dalla guerra, importo, peraltro, «non definitivo» e che l’Iran intende «far valere nei negoziati in corso». Senza tralasciare il boom delle vendite di petrolio americano arrivate salite a 5,2 milioni di barili al giorno, un terzo in più rispetto al periodo pre-bellico.
Per non parlare delle questioni di sicurezza, non facilmente risolvibili: Hormuz è disseminato di mine e esplosivi, che neanche lo stesso Iran è in grado di localizzare e di disinnescare, oltre alla presenza di droni e altri mezzi iraniani che minacciano la navigazione.
Chiaro che siamo ad un punto in cui la riapertura dello Stretto è indispensabile, ma non è condizione necessaria e sufficiente affinché tutto torni come prima da questa parte del mondo. Allora bisogna darsi da fare, non restare con le mani in mano. Bene hanno fatto, da una parte, il vicepremier e ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a cercare delle soluzioni per alleggerire la pressione, che si sta scaricando interamente sulle tasche degli italiani, quali, ad esempio, il blocco del conto energia, del conto bollette, luce, gas al pre-guerra in Iran per tutto il 2026. Bene, anche dall’altra, ha fatto il premier, Giorgia Meloni, a dichiarare che lo stop al patto di stabilità «potrebbe aiutare certamente». Sono inviti, anzi sollecitazioni, rivolte all’Europa alle quali anche noi dell’UGL intendiamo dare sostegno e appoggio