Usa e Iran a Islamabad provano a chiudere le trattative. Zona rossa nella capitale del Pakistan. I due punti chiave dell’accordo: Hormuz e l’uranio. «No deal» meglio di «bad deal»?

Week end molto importante. Islamabad, capitale del Pakistan, mai come adesso, si ritrova proiettata al centro del mondo, in quanto teatro di un probabile, auspicabile, accordo di pace tra i più importanti degli ultimi anni: quello tra americani e iraniani, con la mediazione del Pakistan. Le cronache riportano che, intanto, per tutto il fine settimana il Paese è in “festa nazionale obbligatoria”, tra partite di cricket e notiziari sulla trattativa Usa-Iran. Da 36 ore, a Islamabad è stata istituita una zona off limits, una zona rossa, militarizzata con cecchini sui tetti, 10 mila agenti schierati, polizia e paramilitari, gruppi speciali pronti a intervenire intorno agli edifici chiave. A Islamabad si confronteranno, infatti, per gli Usa il vicepresidente, J. D. Vance, e per l’Iran il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, più ovviamente altre cariche importanti al seguito. Vale la pena ricordare che, tra ieri e l’altro ieri, l’accordo del “cessate il fuoco” è vacillato a causa di accuse reciproche di aver modificato le condizioni della tregua sul Libano, sul nucleare a disposizione di Teheran e sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Le parti, infatti, si trovano in uno stato di una tregua provvisoria iniziata due giorni fa, che, nelle intenzioni, dovrebbe durare un paio di settimane, ma caratterizzata da enormi tensioni dovute sia alle pressioni di Israele («No al cessate il fuoco in Libano, siamo in guerra») sia agli ultimatum e alle esternazioni provenienti dal presidente Usa, Donald Trump. Senza tralasciare che, secondo gli iraniani, lo Stretto di Hormuz sarebbe infestato di ordigni. Ma dalla parte della speranza c’è che, secondo il ministro degli Esteri di Teheran, Washington ha accettato l’impalcatura dei 10 punti proposti dall’Iran come base per i negoziati e che, in cambio, il regime sta prendendo in considerazione i 15 punti proposti dagli Stati Uniti. Gli analisti dicono che «no deal», cioè nessun accordo, è meglio di un «bad deal», cioè di un pessimo accordo. Pessimo, ovviamente, per gli Usa e per il resto del mondo e ciò potrebbe accadere, qualora l’accordo non includesse almeno la piena riaffermazione o imposizione del diritto di libera navigazione nello Stretto di Hormuz e il sequestro delle centinaia di chili di uranio arricchito detenute da Teheran. In caso contrario, l’Iran uscirebbe dal conflitto molto più potente e minaccioso di quanto non lo fosse prima.