In un post sui social il premier risponde così ad alcuni giornali: «Da “redazione unica” bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi»
«Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze». A scriverlo è il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un post pubblicato sui social. Il riferimento è a una foto pubblicata da alcuni giornali, risalente a diversi anni fa, che la ritrae «con un esponente della criminalità organizzata», come spiega il premier. Una vicenda su cui Meloni ha perciò voluto chiarire il suo punto di vista. «Oggi – ha scritto – la “redazione unica”, composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi. Inoltre, questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti – ha quindi aggiunto il premier – sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze». «A questi “professionisti dell’informazione” – è la conclusione di Meloni – non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica. Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede».