di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Il progressivo calo delle nascite nel nostro Paese si configura ormai come una vera emergenza economica e sociale. I nuovi dati Istat lo confermano, l’Italia registra un saldo naturale negativo: sono appena 355mila i nuovi nati nel 2025 a fronte di oltre 650mila decessi, mentre, con 5 milioni e mezzo di stranieri residenti, la popolazione complessiva risulta stabile, pari a meno di 59 milioni di persone. A rendere ancora più critica la situazione è un elemento spesso sottovalutato: la riduzione progressiva della popolazione in età fertile. Meno giovani oggi significa inevitabilmente meno nascite domani, in un meccanismo che assume le caratteristiche di un calo in proporzione geometrica, destinato ad autoalimentarsi nel tempo se non adeguatamente contrastato. In un contesto in cui la popolazione in età attiva diminuisce e quella anziana cresce rapidamente, 48 anni l’età media e un quarto degli italiani over-65, record nell’Ue, con l’aumento dell’aspettativa di vita, il mondo del lavoro si trova ad affrontare squilibri sempre più evidenti, con ripercussioni dirette sulla produttività, sulla capacità di innovazione e sulla tenuta del sistema previdenziale. Non basta cercare di compensare questi squilibri prolungando indefinitamente la permanenza al lavoro dei senior, data la presenza di criticità rilevanti, a partire dalla sicurezza sul lavoro, soprattutto nelle mansioni più gravose, e dagli effetti sui processi di innovazione nelle imprese. Servono, invece, strategie sostenibili, che rendano praticabile l’allungamento della vita lavorativa attraverso strumenti come il part-time agevolato, lo smart working e percorsi di transizione graduale verso il pensionamento. Parallelamente, è indispensabile favorire l’ingresso stabile dei giovani nel mercato del lavoro, garantendo occupazione di qualità e prospettive certe, affinché possano contribuire attivamente al finanziamento del sistema previdenziale e impostare progetti familiari per favorire l’aumento della natalità. È necessario un approccio strutturale, che rimetta al centro il valore del lavoro stabile e dignitoso. Salari adeguati, accesso alla casa, servizi per l’infanzia e strumenti efficaci di conciliazione tra vita e lavoro rappresentano leve fondamentali per invertire la rotta. In questo quadro, segnali positivi arrivano dalla riduzione dei Neet e dall’aumento dell’occupazione femminile, dati che devono essere consolidati attraverso politiche attive e investimenti nella formazione. L’Italia ha ancora margini per evitare gli scenari peggiori, ma il tempo è limitato. Il tema va messo al centro dell’agenda politica, per impostare una strategia, condivisa tra istituzioni, parti sociali e imprese, capace di affrontare in modo organico le cause profonde della denatalità, garantendo coesione sociale, crescita economica e futuro alle nuove generazioni.