Nonostante le distanze mai del tutto chiarite nel centrosinistra, si apre il dibattito sulla scelta del leader nel 2027. Ma Silvia Salis: «Per me sono sbagliate»

La vittoria del “No” al referendum sulla riforma della Giustizia del 22-23 marzo ha avuto come primo effetto quello di innescare un cortocircuito tra le opposizioni, salite immediatamente sul carro del vincitore. Le ragioni del successo del “No” andranno studiate e analizzate ancora per giorni per trarre conclusioni esaustive, ma al momento sembra una mera illusione, quella del cosiddetto campo largo, immaginare una già tangibile e pronta alternativa all’attuale maggioranza di governo. Neanche il tempo di acquisire il dato definitivo dell’esito della consultazione referendaria, che subito alcuni leader del centrosinistra si sperticavano per le primarie di coalizione in vista delle prossime elezioni politiche. Le ha chieste Giuseppe Conte; le ha chieste poi Matteo Renzi, il quale non ha perso occasione di ricordare che lui nel 2016 si dimise dopo il fallimento della sua proposta di modifica costituzionale, quando Giorgia Meloni ha sempre chiarito che il referendum sulla Giustizia non era concepito come un voto sull’esecutivo, ma per modernizzare l’Italia. A ogni modo il tema delle primarie – in un contesto di distanze siderali all’interno dello stesso campo largo, in particolare sulla politica estera – ha immediatamente “incendiato” il dibattito, con Elly Schlein che ha raccolto la “sfida”, dicendosi «pronta». Non tutti, però, sembrano convinti dell’opportunità. Nicola Fratoianni (Avs), in conferenza stampa alla Camera, frena sul tema, pur ritenendolo legittimo, perché «non credo che l’onda generazionale che ha travolto la “controriforma Nordio” oggi abbia come prima esigenza quella di sapere come il centrosinistra sceglie il suo leader». Chi è del tutto contraria è Silvia Salis, sindaco di Genova, da molti indicata come destinata a futuri palcoscenici nazionali. Le primarie? «Non ho cambiato idea, per me sono sbagliate», la risposta di Salis.