di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL
Oggi si celebra San Giuseppe, ricorrenza della Festa del Papà, e in questa occasione sia La Stampa sia Il Sole 24 Ore hanno pubblicato interessanti riflessioni sulla paternità nella società italiana contemporanea, soprattutto in relazione al mondo del lavoro. Primo dato rilevante, che si collega al più ampio tema demografico, è che i padri italiani sono tra i più “anziani” d’Europa, con un’età media di 35,8 anni alla nascita del primo figlio. Un ritardo che, come avviene anche per la maternità, non è quasi mai frutto di una scelta libera, ma deriva piuttosto da condizioni di precarietà lavorativa, salari insufficienti e difficoltà di accesso a un’abitazione. In un Paese in cui crescere un figlio può costare fino a 200mila euro, la genitorialità finisce per essere percepita, se non come un lusso, come un investimento da affrontare solo dopo aver raggiunto adeguati livelli di stabilità e sicurezza economica. È poi in atto una trasformazione del ruolo paterno: i giovani padri non si considerano più semplici “aiutanti” o responsabili del benessere familiare unicamente sotto il profilo economico, come spesso accadeva in passato, ma figure centrali e coinvolte anche nel lavoro di accudimento. Resta però il fatto che il congedo di paternità di 10 giorni è utilizzato ancora solo parzialmente e spesso non per l’intero periodo disponibile, mentre il congedo parentale continua a essere fruito prevalentemente dalle madri. Alla base di questa disparità non ci sono soltanto motivazioni culturali, ma soprattutto ragioni economiche: nella maggior parte delle famiglie, infatti, le madri percepiscono retribuzioni inferiori rispetto ai padri e, considerando che il congedo parentale prevede un’indennità pari all’80% della retribuzione per tre mesi e al 30% per i successivi, la scelta ricade inevitabilmente sullo stipendio meno rilevante per l’equilibrio del bilancio familiare. Va ricordato che l’innalzamento dell’indennità è un intervento recente: in precedenza, infatti, il congedo parentale era retribuito al 30% per l’intera durata. Solo con le leggi di Bilancio approvate tra il 2023 e il 2025 dal Governo Meloni si è giunti progressivamente all’attuale configurazione, che ha introdotto una quota più significativa di retribuzione. Sarebbe auspicabile proseguire su questa strada, prevedendo un ulteriore incremento dell’indennità durante i congedi, pur nel rispetto dei necessari vincoli di finanza pubblica: si tratta, infatti, dell’unico strumento realmente efficace per favorirne un maggiore utilizzo da parte dei padri senza penalizzare l’economia familiare. Per sostenere pienamente il ruolo paterno e riequilibrare il rapporto tra lavoro e cura all’interno delle famiglie italiane, bisogna intervenire con le stesse politiche necessarie a tutelare la maternità: potenziamento dei servizi per l’infanzia, sia pubblici sia aziendali, diffusione di politiche family friendly a sostegno delle giovani coppie, migliore integrazione, sotto il profilo qualitativo e quantitativo, delle nuove generazioni di ragazze e ragazzi nel mercato del lavoro.