Unità d’Italia: tutti gli italiani vogliono stare fuori dal conflitto in Iran

Al di là delle opportune e inopportune – più gravi – sfumature, è chiaro che tutto l’arco parlamentare italiano vuole stare fuori dal conflitto in corso in Iran. Non solo perché non siamo stati consultati né avvisati prima dell’attacco, ma per il contenuto di un dettato costituzionale. L’articolo 11 della Costituzione, infatti, recita: «L’Italia ripudia la guerra».
Chiaro che, come spiegato dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, settimana scorsa, la crisi internazionale legata all’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e Israele rappresenti uno dei passaggi più delicati degli ultimi anni per l’equilibrio internazionale e, ovviamente, per i rapporti, da sempre forti, tra Italia e Stati Uniti. Ma, allo stesso tempo, Meloni non ha tergiversato nel prendere le distanze dall’iniziativa militare promossa dagli Stati Uniti e dal presidente Donald Trump, con il quale sono noti, e infatti continuamente criticati dalle opposizioni, i rapporti più che cordiali, definendo la situazione e le operazioni militari unilaterali «fuori dal perimetro del diritto internazionale». Non solo, l’Italia si allinea alla posizione che l’Europa sulla questione intende e intenderà mantenere. Concetto ribadito di nuovo ieri di fronte alla richiesta Usa di intervento dei partner europei per la riapertura dello Stretto di Hormuz, tratto di mare strategico, da cui transita una quota consistente di petrolio e gas, e che Teheran ha chiuso dall’inizio della guerra.
Giorgia Meloni ha parlato ieri in Tv, mantenendo la stessa linea propria e dell’Unione europea, e cioè che l’Italia non entra e non entrerà in guerra. Concetto già espresso dal vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e che trova la piena sintonia nelle parole del vicepremier e ministro dei Trasporti, Matteo Salvini. Ha dichiarato, infatti, quest’ultimo ai microfoni di RTL 102.5: «L’Italia non ha scelto questo attacco e questa guerra, non è una nostra guerra: non siamo in guerra contro la Russia né contro l’Iran. Manteniamo le nostre truppe in diversi Paesi all’estero, compresi Libano e Medio Oriente, per tutelare la pace e difendere dagli attacchi. Tuttavia, mandare navi da guerra in una zona di conflitto significherebbe avvicinarsi a un terzo conflitto mondiale. Per questo è giusta la prudenza del governo italiano». Perciò è quanto meno singolare, per non dire spregiudicato, il tentativo delle opposizioni di far sembrare che l’Italia in guerra lo fosse, di accusare il premier di «usare la clava», fino a quando poi la stessa Meloni non ha rivolto l’appello, con una telefonata, al leader del più grande partito all’opposizione, il Pd, e poi a tutti gli altri, affinché si potesse fare quadrato almeno in questo frangente, e nonostante la sfida referendaria sulla giustizia, e di aggiornarsi «per le vie brevi ogni volta che fosse necessario in una situazione, quella che riguarda il conflitto in Medio Oriente, molto preoccupante anche in riferimento all’attacco che c’è stato alla nostra base a Erbil».
Perciò l’Italia continua a ripudiare la guerra e continuerà ad essere un “portatore sano” di pace. «Intervenire» a Hormuz, «significa oggettivamente fare un passo in avanti» verso quel conflitto che gli italiani temono e a cui l’Italia, come chiarito anche dal Consiglio supremo di difesa, non può – e non vuole – partecipare».
Concetti ribaditi e rinforzati dalle parole espresse oggi dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dei 165 anni dell’Unità d’Italia: «Libertà, giustizia e pace guidino le Istituzioni e la società».