di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
La stagnazione salariale e le difficoltà occupazionali delle giovani generazioni sono tra le maggiori criticità del nostro mondo del lavoro, ma l’analisi proposta oggi da Francesco Seghezzi sul quotidiano Domani offre uno spunto interessante: negli ultimi dieci anni si è progressivamente ridotto il divario retributivo tra lavoratori under 35 e over 50. Secondo i dati Inps, il cosiddetto “age wage gap”, ossia il differenziale salariale tra lavoratori senior e giovani, è sceso dal 62,9% del 2014 al 48,8% del 2024, con una retribuzione media settimanale passata da 602 a 650 euro per i primi e da 370 a 438 per i secondi. In altri termini, i salari dei lavoratori più anziani rispetto a quelli dei giovani continuano ad avere un peso maggiore, ma la distanza si è ridotta e non perché i primi abbiano perso terreno, ma a causa del fatto che i secondi sono cresciuti a un ritmo più sostenuto. Questa dinamica si può spiegare osservando una trasformazione strutturale del mercato del lavoro italiano: la riduzione dell’offerta di lavoro. Il calo demografico ha ristretto la platea delle persone in età attiva, con una contrazione di circa un milione e mezzo di individui in un decennio, e, di conseguenza, ha iniziato a produrre effetti anche sulle dinamiche retributive. In un mercato con meno giovani disponibili, il loro potere contrattuale tende inevitabilmente ad aumentare e questa è una tendenza che merita attenzione, anche se non deve essere interpretata con eccessivo ottimismo. Il recupero salariale dei giovani, infatti, parte da livelli storicamente molto bassi e non cancella il problema di fondo: il lavoro in Italia continua a essere spesso poco valorizzato, soprattutto nelle fasce d’ingresso. Inoltre, la crescita registrata in alcune professioni – in particolare nei servizi avanzati e nei settori legati alla trasformazione digitale – non riguarda in modo uniforme tutti i comparti produttivi. Dal punto di vista sindacale, la questione centrale resta quella di costruire un mercato del lavoro più equilibrato e inclusivo, rafforzando complessivamente la qualità dell’occupazione, per questo la riduzione del divario retributivo può essere letta come un segnale positivo soltanto se avviene nell’ambito di una crescita complessiva dei salari. E per ottenere questo risultato servono investimenti nella formazione, per ridurre il mismatch fra domanda e offerta, valorizzazione delle competenze, contrattazione collettiva e politiche industriali che sostengano la crescita della produttività. Nel complesso, però, se la crisi dell’offerta di lavoro, determinata dalla transizione demografica, pone sfide rilevanti al sistema economico – e anche pensionistico – italiano, può anche diventare un’occasione per ripensare il valore del lavoro e garantire salari più dignitosi e prospettive più solide per tutte le generazioni.