Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio interviene così sul caso Bartolozzi. Il guardasigilli Nordio: «Non deve dimettersi, ha chiarito il suo punto di vista»
Il caso Bartolozzi? Già chiuso. Perché ora, per dirla con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ospite della trasmissione Ping Pong su Rai Radio 1, l’importante è entrare nel merito della riforma della giustizia e, di conseguenza, del referendum. E poi perché per il ministro Nordio non deve dimettersi, avendo «chiarito il suo punto di vista», rivolto «soltanto a quella piccola parte minoritaria» della magistratura, «che ha definito politicizzata». Riavvolgiamo il nastro. Durante un dibattito sulla tv siciliana TeleColor, il capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Giusi Bartolozzi, ha definito la magistratura «plotoni di esecuzione». Una frase che per Mantovano – in linea con Nordio – è stata sì «infelice», ma «la cosa importante adesso è esaminare il merito della riforma, che è l’oggetto del referendum». La strada, in questo senso, è stata tracciata proprio da Giorgia Meloni che in un video ha voluto chiarire alcuni aspetti e spiegare le ragioni del sì. Sebbene Meloni abbia ribadito che il governo non farà alcun passo indietro in caso di vittoria del no, il leader del M5s, Giuseppe Conte, è tornato a sostenere che questa «nasce come una riforma ad alto tasso politico», immaginando delle conseguenze «rilevanti» a seguito dell’esito della consultazione elettorale del 22-23 marzo. Una risposta a Conte sulla questione, seppure in maniera indiretta, è giunta dal presidente del Senato, Ignazio La Russa, il quale in un’intervista al Messaggero ha osservato che «il problema della partecipazione influirà anche sull’esame del risultato: chiunque vincerà, se vincesse con una bassissima partecipazione, non potrebbe pretendere che al risultato del referendum si attribuisca una grande valenza politica».