di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Il modo con cui i dipendenti, soprattutto i più giovani, si approcciano al mondo del lavoro è cambiato e a fotografare questa trasformazione è un’indagine di Randstad, citata oggi in un articolo di Repubblica, che evidenzia come i lavoratori italiani stiano ridefinendo il rapporto con l’impresa. Se, naturalmente, resta basilare la soddisfazione economica, nel mondo del lavoro contemporaneo sono considerate altrettanto importanti le condizioni lavorative che determinano la qualità della vita. Secondo il report, nel 2025 circa la metà dei lavoratori italiani ha chiesto un aumento per far fronte alla crescita del costo della vita, ma solo il 35% è riuscito a ottenerlo, mentre una quota non marginale di dipendenti, il 23%, si è trovata addirittura con una retribuzione inferiore rispetto all’anno precedente. Si tratta di un dato che deve far riflettere, perché segnala una difficoltà reale nel difendere il potere d’acquisto dei lavoratori e nel riconoscere adeguatamente il valore del lavoro. Allo stesso tempo, però, l’indagine mette in luce un altro elemento decisivo: se la retribuzione resta il primo fattore di attrazione per chi cerca lavoro, non è più, però, l’unico parametro con cui si misura la soddisfazione professionale e sempre più persone indicano nell’equilibrio tra vita e lavoro la discriminante che determina la permanenza in azienda. Il 46% dei lavoratori, infatti, considera il bilanciamento tra dimensione personale e professionale il principale motivo per restare in un’azienda. Un cambiamento culturale significativo, che riguarda in particolare l’autonomia organizzativa e discende dalla tecnologizzazione del lavoro. Il 62% dei dipendenti vorrebbe maggiore libertà nella gestione degli orari e il 55% chiede flessibilità nel luogo di lavoro. Eppure, quasi la metà di queste richieste non trova risposta. Non sorprende, quindi, che cresca la quota di chi decide di lasciare il proprio impiego per mancanza di autonomia, arrivata al 32% nei primi mesi del 2026 o anche il dato secondo cui il 38% dei lavoratori ha abbandonato un posto perché incompatibile con la propria vita personale. Questi numeri dimostrano che siamo di fronte a un cambio di paradigma: la carriera non è più percepita come una scalata verticale in termini economici all’interno della stessa azienda, ma come un percorso nel quale la crescita dipende dal grado di autodeterminazione e dalla possibilità di soddisfare le proprie esigenze personali. In questo scenario, il ruolo delle relazioni industriali diventa ancora più centrale: contrattazione collettiva, welfare aziendale, formazione continua, flessibilità organizzativa e partecipazione dei lavoratori sono elementi cruciali per venire incontro a queste esigenze, rafforzando il dialogo tra imprese e lavoratori. La sfida che abbiamo di fronte è dunque quella di costruire un nuovo equilibrio tra competitività delle imprese e qualità del lavoro, per connettere sviluppo economico, benessere individuale e coesione sociale.