Conflitto nel Golfo e prezzo del petrolio agitano i mercati in tutto il mondo. Quello che si teme di più è una nuova crisi inflazionistica. Le Banche centrali vigilano
Causa conflitto nel Golfo, giornata di forte tensione nei mercati finanziari in tutto il mondo sui quali si stanno scaricando da giorni i riverberi di un conflitto, chiamato anche la “Terza Guerra del Golfo”, la cui durata, secondo le previsioni, può oscillare da alcune settimane a scenari di lungo periodo. A causa del prezzo raggiunto dal petrolio, arrivato così ai massimi dal 2022, sfondando la soglia dei 100 dollari al barile (e oscillando tra i 115 dollari, stanotte, e sopra i 100), quello di stamattina è stato un risveglio traumatico per tutti i mercati. Ciò che si teme, ovviamente, è una crisi inflazionistica, sulla quale vigilano le banche centrali e come da sempre fa la Bce, la Banca Centrale Europea. A soffrire è tutto il mondo, a cominciare dai Paesi asiatici, tra i quali Tokyo che è arrivata a perdere in corso di seduta il 7%, chiudendo poi a -5,02%. A Seul, l’indice Kospi è crollato del 6,52%, l’Hang Seng di Hong Kong è sceso dell’1,64%. Taipei ha perso il 4%, Sydney il 2,52%. Negative anche Shanghai (-0,54%) e Shenzhen (-0,63%). Milano ha perso quasi tre punti percentuali in avvio. Il DAX di Francoforte e il CAC 40 di Parigi hanno registrato flessioni pesanti, oltre il -2%, mentre il FTSE 100 di Londra ha ceduto circa l’1,5%. La situazione è preoccupante, il blocco dello Stretto di Hormuz rischia di essere permanente, al punto che i ministri delle finanze del G7 avrebbero deciso di riunirsi per discutere di un possibile rilascio congiunto di petrolio dalle riserve, coordinato dall’AIE, l’Agenzia internazionale per l’energia. Le riserve strategiche, che vengono create e detenute dai 32 membri dell’Aie, servono appunto a fronteggiare eventuali crisi dei prezzi del petrolio. Secondo alcuni funzionari statunitensi sarebbe appropriato un rilascio congiunto di 300-400 milioni di barili, ovvero il 25-30% degli 1,2 miliardi di barili di riserva. Il Vietnam, invece, sta valutando l’azzeramento dei dazi doganali sulle importazioni di carburante. La pressione si fa sentire anche in altri settori: in Italia, sono sotto pressione anche titoli bancari come Unicredit, Intesa Sanpaolo e BPER. Sulle borse europee, forte pressione venditrice anche per l’acciaio, a causa del declassamento dei titoli delle principali società del settore da parte di Jp Morgan.