L’offensiva in Iran e gli effetti su petrolio e gas
In 48 ore è successo di tutto: Israele-Usa hanno sganciato 3.800 bombe sull’Iran, lo stretto di Hormuz, da cui passa il 30% del petrolio mondiale, è stato chiuso, oltre 5 mila voli sono stati cancellati per la chiusura dei cieli in Medio Oriente. Per elencare soltanto le principali notizie. L’offensiva congiunta di Israele e Usa contro l’Iran, “Ruggito del Leone” e preparata da tempo, è scattata sabato mattina e appare sempre più difficile che, come è stato detto inizialmente, possa durare soltanto 4 giorni.
L’aspetto che nell’immediato va ad impattare su noi che, a distanza, osserviamo il nuovo conflitto, oltre ovviamente che alle implicazioni umanitarie, tocca l’aspetto non irrilevante dei costi dell’energia. Sì, perché, con la chiusura dello Stretto di Hormuz – un’area che si estende per 560 chilometri, arrivando a una larghezza massima di 320 chilometri e su cui si affacciano Stati come Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrain, Qatar e Oman – si è, di fatto e implicitamente, aperto un altro conflitto, essendo il crocevia mondiale del petrolio via nave. Lo Stretto di Hormuz è tra le più grandi riserve di petrolio e gas al mondo, uno dei principali snodi per il commercio globale di idrocarburi. Ogni giorno attraversano questa area circa 20 milioni di barili e transita il 30% del petrolio scambiato via mare.
Per ora si tratta di balzi del prezzo del petrolio, ma se il balzo si stabilizzasse? Sui mercati internazionali dell’energia e delle materie prime, il petrolio ha fatto registrare un’impennata del 9%, ma il balzo più netto è stati quello del gas: ad Amsterdam le quotazioni dell’indice Ttf sono schizzate al rialzo del 44,73% a 46,255 euro al megawattora.