di Francesco Paolo Capone
Sulle condizioni di lavoro dei rider, a causa di un’indagine della Procura di Milano e di un controllo giudiziario su Foodinho srl, società italiana del colosso spagnolo Glovo, che applica il contratto collettivo Assodelivery-Ugl, occorre fare un po’ chiarezza.
Chiarezza, nel rispetto delle indagini della magistratura, perché vi è il rischio che la questione delle paghe «al di sotto della soglia della povertà», che non facciamo alcuna fatica a condannare, si confonda con un’altra ovvero se il rider debba essere considerato un lavoratore autonomo o meno.
Segnalo che il contratto Assodelivery-Ugl – che ha fatto scalpore fin dall’inizio – per i lavoratori autonomi del settore prevede 10 euro di compenso all’ora, ai quali bisogna aggiungere le maggiorazioni per il maltempo, il festivo e il notturno. Tutte e tre al 10% e cumulabili. Bisogna capire, allora, come siano possibili retribuzioni inferiori dell’80% rispetto alla contrattazione collettiva e come una sola consegna sia stata pagata 2,50-3 euro l’ora. Può succedere, infatti, che, poiché si può iscrivere a più di una piattaforma, un rider possa fare una consegna unica da dieci minuti su una piattaforma e usare gli altri cinquanta minuti per fame sette su un’altra. Di conseguenza, la prima piattaforma gli riconoscerà solo tre euro perché per lei ha lavorato una parte di ora.
Ciò detto, noi dell’Ugl, che rappresentiamo il 90% dei sindacalizzati, di segnalazioni simili non ne abbiamo mai sentito parlare e siamo presenti su tutte le maggiori piazze, nella quasi totalità di quelle in cui sono attivi i rider. Qualora lo sfruttamento venisse confermato, ciò dipende dal fatto che quei datori di lavoro non applicano il contratto di lavoro alla lettera. Un fenomeno non isolato alla categoria dei rider e che non può e che non dovrebbe inficiare l’impianto del contratto, che considera quello del rider un lavoro autonomo. Sì, lavoro autonomo: una convinzione a cui siamo arrivati attraverso testimonianze e esperienze dirette.
Ricordo il racconto emblematico di una signora di Milano, la quale mi convinse che con un contratto da lavoratore dipendente, sarebbe stata rovinata. Mentre le testimonianze dirette le abbiamo perché un nostro segretario confederale si iscrisse a una piattaforma in incognito e tutte le sere, dopo il lavoro, per tre mesi, usciva dall’ufficio per andare a fare il rider. Si è confrontato con centinaia di rider, dagli italiani agli stranieri, da quelli per cui era poco più di un hobby a quelli che lo svolgevano come lavoro principale, e il risultato finale è stato che si tratta di lavoro autonomo ed è così che la maggioranza dei rider lo vogliono per gestire al meglio tempo e denaro.
L’Ugl, dunque, è pronta a condannare qualsiasi forma di sfruttamento, qualora fosse accertato, ed è altrettanto pronta a difendere l’impianto di un contratto di lavoro che fotografa e rappresenta una precisa realtà, non un impianto ideologico.