di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Quanto accaduto a Torino non può essere archiviato come un semplice episodio di tensioni di piazza, ma rappresenta un evento grave e allarmante, con immagini eloquenti e numeri che parlano chiaro: oltre cento feriti tra le forze dell’ordine, una città devastata, un agente di 29 anni aggredito con calci, pugni e persino con un martello, in un’azione che nulla ha di spontaneo e molto di organizzato. Un vero e proprio tentativo di insurrezione. Qui siamo davanti a una violenza pianificata, che ha trasformato Torino in un campo di battaglia e lo Stato, di fronte a questo, non può permettersi di arretrare. Non è in discussione il diritto a manifestare, che resta sacrosanto, ma che va esercitato nel rispetto delle regole. Come ha giustamente sottolineato la Presidente del Consiglio, quanto visto a Torino non è un atto di protesta che si colloca nei confini del dissenso democratico, ma un’aggressione contro le istituzioni e chi le rappresenta. La solidarietà agli agenti feriti e alle loro famiglie è doverosa, dato che queste persone, questi lavoratori, offrono un servizio indispensabile alla comunità, senza il quale la sicurezza sarebbe una parola vuota e la legalità un concetto astratto. Ma c’è un tema ancora più profondo che non possiamo continuare a ignorare. Da troppo tempo assistiamo a un progressivo indebolimento della possibilità, per le forze dell’ordine, di esercitare fino in fondo il proprio diritto-dovere di garantire sicurezza. Oggi un poliziotto, anche di fronte a un rischio evidente, sa che ogni sua azione può trasformarsi in un incubo giudiziario. Sa che, se reagisce per difendere sé stesso, i suoi colleghi o una persona in pericolo, si ritroverà iscritto nel registro degli indagati, anche quando la condotta è legittima e necessaria, con un cortocircuito che non tutela né chi indossa una divisa, né i cittadini che chiedono protezione. A fronte di ormai troppi episodi che hanno fatto emergere questo problema, si pensi ora al caso di Rogoredo, ad esempio, è necessaria una riflessione seria e coraggiosa affinché questa stortura del nostro sistema possa essere modificata, anche attraverso il nuovo decreto sicurezza: non si può continuare con automatismi che scattano a prescindere, come l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario anche nei casi di uso legittimo delle armi nell’esercizio del proprio lavoro. È, naturalmente, doveroso che la magistratura e gli organi inquirenti verifichino i fatti, ma è altrettanto giusto farlo senza trasformare ogni intervento in una presunzione di colpa. Fermezza, dunque, ma anche equilibrio. Punire certamente chi abusa del proprio ruolo, ma, allo stesso tempo, restituire fiducia e serenità operativa alle forze dell’ordine, perché questo è l’unico modo per difendere davvero la legalità, la sicurezza e la convivenza civile.