di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

L’intelligenza artificiale non è più una prospettiva futura, ma è già una realtà che sta incidendo in maniera profonda sull’organizzazione del lavoro e lo dimostra quanto sta accadendo in Amazon, uno dei colossi globali dell’economia digitale. Il gruppo statunitense, infatti, ha annunciato un nuovo round di licenziamenti che coinvolgerà altre 16mila posizioni a livello mondiale, portando a circa 30mila i posti di lavoro tagliati da ottobre a oggi, pari a circa il 10% della forza lavoro complessiva. Una scelta che l’azienda lega alla necessità di aumentare l’efficienza e snellire i processi produttivi, connessa anche all’introduzione sempre più massiccia dell’intelligenza artificiale per sostituire alcune funzioni. Ad essere maggiormente coinvolti da questa ondata di licenziamenti, saranno soprattutto i cosiddetti “colletti bianchi”: ingegneri e personale dell’area del marketing. Questo scenario fotografa con chiarezza ciò che sta avvenendo su scala globale, con un’innovazione tecnologica in rapido avanzamento e costi sociali che ricadono interamente sui lavoratori. Un problema dal quale l’Italia non è immune: anche da noi, su circa 19mila dipendenti Amazon, circa un centinaio potrebbero essere coinvolti dalla seconda ondata di tagli, con meccanismi di pressione legati alle performance e alla possibilità di uscita o ricollocamento, anche se l’azienda aveva dato rassicurazioni di non voler procedere a nuovi licenziamenti. Caso Amazon a parte, l’intelligenza artificiale è ormai entrata nei luoghi di lavoro, nei processi produttivi, nelle decisioni aziendali e nella vita quotidiana di milioni di persone. L’IA rappresenta una svolta epocale, paragonabile alle grandi rivoluzioni industriali del passato, e, forse ancor più di quelle, è in grado di generare nuove opportunità, ma anche esclusione, precarietà e nuove disuguaglianze, se non governata in modo efficace. In questo senso Italia ed Unione europea si trovano davanti a un bivio: possono limitarsi a utilizzare tecnologie prodotte altrove, oppure scegliere una vera strategia industriale per diventare protagoniste non solo nell’uso, ma nella produzione di tecnologia. Affiancando alle politiche industriali delle, altrettanto indispensabili, politiche del lavoro che puntino su una formazione adeguata agli attuali bisogni del mondo produttivo, capace di garantire ricollocamenti efficaci ai lavoratori espulsi dai processi produttivi e un percorso di istruzione per i giovani coerente con il mondo contemporaneo. Affrontare il cambiamento non è cosa semplice, ormai, però, è necessario farlo perché la rivoluzione tecnologica non sta per arrivare, ma – piaccia o meno – è già in atto e bisogna soltanto decidere se subirla oppure governarla, minimizzandone gli effetti negativi ed anzi trasformandola in un’opportunità di crescita dal punto di vista economico e sociale.