di Francesco Paolo Capone
Cerchiamo di non fare confusione, non siamo negli Stati Uniti. Siamo a Milano, nel quartiere Rogoredo, in via Impastato, dove lunedì, secondo una prima ricostruzione della Polizia, un 28enne marocchino, con precedenti per spaccio di droga e resistenza a pubblico ufficiale, si è avvicinato a due agenti di Polizia, mentre stavano fermando un presunto spacciatore. Il 28enne punta un’arma contro la pattuglia, gli viene intimato l’alt, non si ferma e uno dei due poliziotti gli spara un solo colpo verso la parte alta del corpo, in testa. Il 28enne cade a terra senza vita. Solamente dopo si scoprirà che la sua pistola era a salve.
«Ho avuto paura e ho sparato per difendermi», è la versione data dal poliziotto, che adesso è indagato per omicidio volontario. Quest’ultimo, quasi 40 anni, ha sulle spalle vent’anni di servizio e, pur essendosi sentito in pericolo, deve sperare che eventuali telecamere di sorveglianza confermino la sua versione e quanto testimoniato da altri cinque poliziotti. La vittima aveva precedenti per rapina, spaccio, resistenza e lesioni e, inoltre, addosso gli sarebbero stati trovati diversi stupefacenti. Con ciò non voglio dire che meritasse di essere ucciso; anzi.
Ma viene in mente il caso del carabiniere condannato a tre anni di carcere dal Tribunale di Roma per aver sparato contro un ladro in fuga, che, poco prima, aveva ferito un collega carabiniere con un cacciavite. Il ladro, un siriano di 56 anni, è morto e il carabiniere è stato condannato per il reato di eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi.
Per i rappresentati delle forze dell’ordine ritrovarsi automaticamente e nell’immediato indagati, quando agiscono nell’adempimento del loro dovere o nell’uso legittimo delle armi, in situazioni di pericolo per loro stessi e per i loro colleghi, è ingiusto e illogico. Perché sappiamo perfettamente quanta malavita è nelle nostre strade e se non sono tutelati loro, lo siamo di meno tutti noi. Proprio oggi, a poche ore dall’accaduto e nella stessa zona della sparatoria, due giornalisti della trasmissione “Ore 14”, che si trovavano in zona per documentare i fatti, sono stati aggrediti da un gruppo di spacciatori. Come mai?
Quale sia il nome più appropriato, “scudo penale” o altro, quello che occorre, per la sicurezza di tutti, anche di noi cittadini e dei lavoratori della sicurezza, “speciali” perché mettono coscientemente a repentaglio la propria vita per compiere il loro dovere, è necessaria una protezione, non una impunità, affinché chi svolge un servizio a tutela della sicurezza della collettività non possa essere messo nella condizione di difendere e difendersi di meno per non finire nei guai.