di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

I dati Inps sui flussi di pensionamento 2025 confermano una realtà di cui l’Ugl si è occupata spesso: il divario di genere nelle pensioni, conseguenza diretta delle disuguaglianze che ancora caratterizzano il mercato del lavoro. Nel 2025 le donne andate in pensione hanno percepito un assegno medio mensile di 1.056 euro, contro i 1.437 euro degli uomini. La differenza è di 381 euro al mese, pari al 26,5%. È in atto una tendenza positiva rispetto al 2024, quando il gap superava il 28%, ma la forbice è ancora troppo ampia. Nel complesso l’Inps ha liquidato circa 831mila pensioni, con un importo medio di 1.229 euro, ma le 453mila pensioni erogate alle donne, hanno nel complesso importi significativamente inferiori rispetto ai 378mila assegni maschili. Questo perché il sistema previdenziale riflette inevitabilmente il modo in cui il mercato del lavoro penalizza le carriere femminili. Secondo il Rendiconto di genere Inps, nel 2023 il tasso di occupazione femminile si è fermato al 52,5%, quasi 18 punti percentuali in meno rispetto al 70,4% degli uomini, anche in questo caso la tendenza è in crescita, ma ancora insufficiente. Le donne lavorano mediamente nove anni in meno e continuano a sostenere il peso principale del lavoro di cura: nello stesso anno, hanno utilizzato 14,4 milioni di giornate di congedo parentale, contro appena 2,1 milioni degli uomini. A ciò si aggiunge una maggiore precarietà, con solo il 18% delle assunzioni femminili a tempo indeterminato, contro il 22,6% di quelle maschili. In questo quadro diventa evidente come servano politiche di conciliazione realmente efficaci, capaci di consentire alle donne di restare nel mercato del lavoro senza essere penalizzate da maternità e carichi familiari. Senza strumenti adeguati di flessibilità, welfare aziendale e sostegno alla genitorialità, le disuguaglianze maturate durante la vita lavorativa sono destinate a tradursi in pensioni più basse. A ciò deve affiancarsi un ruolo attivo delle istituzioni, nazionali e locali, sul fronte dei servizi alle famiglie. Asili nido, assistenza agli anziani, servizi territoriali accessibili e di qualità non sono un costo, ma un investimento necessario per sostenere l’occupazione femminile e garantire equità nel sistema previdenziale. Le donne, poi, vedono restringersi gli strumenti di flessibilità in uscita: nel 2025 le pensioni liquidate con Opzione Donna sono state appena 2.147, con un calo del 40,5% rispetto alle 3.612 dell’anno precedente. In un Paese che da qui al 2050 vedrà crescere di 4 milioni la popolazione over 75 e perdere oltre 6 milioni di lavoratori nei prossimi dieci anni, ridurre il gender gap sia nel mondo del lavoro che, quindi, in quello della previdenza non è solo un atto di giustizia sociale, ma una necessità strutturale, per favorire la natalità e per la tenuta sociale ed economica del sistema.