di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Dall’analisi contenuta nel Rapporto Ilo “Prospettive occupazionali e sociali 2026” emerge un paradosso che merita la massima attenzione: la tenuta della crescita economica mondiale, con il mantenimento di un tasso di disoccupazione globale intorno al 4,9%, pari a circa 186 milioni di persone, non si traduce automaticamente in un miglioramento delle condizioni di lavoro. Al contrario, una parte rilevante degli occupati continua a vivere situazioni di instabilità, informalità e povertà, con quasi 300 milioni di lavoratori che non superano la soglia dei 3 dollari di reddito giornaliero. Chiaramente ci sono differenze fra Paesi più o meno sviluppati, ma anche per quanto riguarda l’Italia questo quadro impone una riflessione sulle trasformazioni in atto e sulla necessità di riformare i modelli tradizionali di sviluppo e di relazioni industriali. Nel nostro Paese preoccupano, in particolare, le condizioni di giovani e donne, che continuano a essere le categorie più penalizzate dalle disuguaglianze strutturali del mercato del lavoro. I dati sui Neet e sulla partecipazione femminile dimostrano che il sistema non riesce ancora a garantire pari opportunità di accesso, crescita e stabilità occupazionale. In questo contesto diventa prioritario investire in modo mirato sulla formazione, a partire dalle competenze Stem, favorendo l’orientamento scolastico, il rafforzamento dei percorsi tecnico-scientifici e l’aggiornamento continuo delle competenze. L’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie rappresentano una sfida cruciale: se non governate, rischiano di accentuare le disuguaglianze, colpendo in modo particolare nei Paesi ad alto reddito – come segnala l’Ilo – i giovani più qualificati alla ricerca del primo impiego. Se accompagnate, invece, da politiche attive efficaci, possono diventare un’opportunità di crescita, di nuova occupazione qualificata e di miglioramento delle condizioni di lavoro. È indispensabile quindi affiancare all’innovazione tecnologica un forte investimento sul capitale umano, valorizzando competenze, professionalità e diritti per favorire l’accesso di giovani e donne alle professioni strategiche e meglio retribuite. In questo scenario è altrettanto necessario promuovere una maggiore partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese e alla distribuzione degli utili, superando una visione conflittuale dei rapporti tra capitale e lavoro. In un’economia sempre più basata sulla conoscenza, sulla condivisione delle responsabilità e sull’innovazione, la collaborazione tra imprese e sindacati diventa un fattore decisivo di sviluppo sostenibile e inclusivo. Serve un nuovo patto tra istituzioni e parti sociali che rafforzi la partecipazione, la corresponsabilità e il dialogo, per costruire un modello di relazioni industriali moderno, capace di coniugare crescita economica, giustizia sociale e qualità del lavoro.