Si contano vittime e numerosi arresti. Khamenei “sfida” Trump 

Le proteste in Iran innescate dalle precarie condizioni economiche in cui versa il paese, in principio condotte soprattutto dai commercianti per le strade di Teheran, si sono allargate negli ultimi giorni alle altre fasce di popolazione e coinvolgono ora diverse città. Il quadro generale rimane però piuttosto incerto, anche perché il regime ha tagliato le vie di comunicazione ufficiali – come di consueto, in situazioni analoghe nel recente passato –, generando il blackout di internet e la conseguente impossibilità di accedere a informazioni in tempo reale, se non in maniera frammentata. Quanto sta avvenendo in queste ore, giunti ormai a più di dieci giorni di rivolte anti-governative, con le dimensioni della protesta che si sono ampliate in particolare dopo l’appello di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià dell’Iran, viene considerato da alcuni osservatori un movimento in grado di rovesciare il regime teocratico degli ayatollah. Intanto già si contano vittime e più di duemila arresti, nel tentativo delle autorità iraniane di reprimere le manifestazioni. Dagli Stati Uniti – l’Iran è un attore fondamentale dello scacchiere mediorientale, come si è visto anche nel contesto della guerra di Israele contro Hamas a Gaza –, il presidente Donald Trump ha più volte minacciato un intervento contro il regime in caso di violenze ai danni della popolazione civile (martedì prossimo, oltretutto, Trump potrebbe ricevere proprio Pahlavi a Mar-a-Lago). All’inquilino della Casa Bianca ha risposto la Guida suprema, Ali Khamenei, invitandolo a «occuparsi dei problemi del suo paese». Anche dall’Unione europea giunge il sostegno a favore dei manifestanti, mentre sembrano cadere nel vuoto, al momento, gli appelli alla moderazione e al dialogo del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian.