di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

La recente presa di posizione di Maurizio Landini sulla situazione venezuelana genera delle riflessioni sul ruolo del sindacato: se esso debba intervenire o meno nelle questioni geopolitiche. Chi guida un’organizzazione sindacale non deve necessariamente rinunciare ad esprimersi sulla politica internazionale, ma bisogna distinguere tra la difesa dei diritti dei lavoratori e della dignità umana dei popoli, ovunque essi siano, ed il supporto a governi lontani e discutibili. Un equilibrio delicato, che richiede attenzione, prudenza e soprattutto consapevolezza delle conseguenze di ogni parola pubblica. Invece, nei giorni scorsi, Landini ha definito Maduro un leader «legittimamente eletto dal popolo», andando così in contrasto con larga parte della comunità internazionale e con l’esperienza di molti venezuelani in esilio. Questa definizione ha suscitato critiche non solo politiche ma anche morali e umane. Va detto con chiarezza: il sindacato non è un partito, né un palcoscenico per progetti di carriera personale. La scelta di schierarsi apertamente in favore di un governo straniero — soprattutto uno controverso e accusato di gravi violazioni democratiche e sociali — rischia di allontanare le persone che negli anni si sono affidate alle organizzazioni sindacali per tutelare i propri diritti e condizioni di lavoro, mostrando il sindacato non come un difensore dei lavoratori, come dovrebbe essere, quanto piuttosto come un attore politico, peraltro su posizioni estremiste. Bisogna evitare simili atteggiamenti, per far sì che il sindacato non perda credibilità, tutto e non solo quello guidato da Landini, ed occorre ricordare, invece, che in Venezuela la situazione umanitaria è drammatica: inflazione galoppante, carenza di beni alimentari e medicinali, crollo del potere d’acquisto e migrazioni di massa. Nell’ultimo decennio il Paese ha visto milioni di suoi cittadini lasciare la Patria alla ricerca di condizioni di vita più dignitose, con famiglie intere divise dal bisogno di sopravvivere. Qui in Europa molti venezuelani hanno trovato rifugio, ripartendo da zero con la speranza di un futuro diverso. Il sindacato deve confrontarsi con queste persone, ascoltarle, comprenderle ed aiutarle qui in Italia, con rispetto, attenzione e riconoscimento delle sofferenze vissute e non certo con una narrazione politicizzata, che tende ad attenuare o giustificare la responsabilità di chi ha governato negli ultimi anni. Alla base del sindacato deve rimanere la difesa dei diritti dei lavoratori, delle loro famiglie, della cittadinanza in generale, in Italia e nel mondo. Questa è una battaglia giusta, coerente al mandato sindacale, capace di mantenere e difendere, al di là della politica, la credibilità delle organizzazioni che rappresentano i lavoratori, un bene molto prezioso, da custodire con cura, specie in un frangente così complesso.