di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

La Commissione europea ha finalmente deciso di fare marcia indietro sul divieto totale dei motori termici dal 2035. Un ripensamento che arriva dopo mesi di pressioni dei governi, quello italiano a guida Meloni in primis, dei lavoratori e dell’industria automobilistica. Si tratta di un piccolo passo nella giusta direzione: meglio tardi e poco, che niente e mai. Sarebbe, però, un errore scambiare questo aggiustamento per una svolta vera: bisogna fare di più. Passare dall’azzeramento totale delle emissioni a una riduzione del 90% significa riconoscere, implicitamente, che l’impostazione originaria del Green Deal sull’automotive era viziata da un eccesso di ideologia e da una grave sottovalutazione della realtà industriale, sociale e occupazionale europea. È una breccia, certo, ma il muro resta in piedi. Consentire uno spazio, seppur limitato, a motori termici evoluti, ibridi, range extender e carburanti sostenibili è una scelta di buon senso, che va nella direzione della neutralità tecnologica da tempo richiesta non solo dall’Italia, ma da lavoratori, imprese e sindacati. Tuttavia, continuare a imporre obiettivi rigidi, scadenze forzate e meccanismi complessi di “crediti” significa perseverare in una strategia che ha già messo a dura prova la competitività del nostro continente. L’Europa oggi è schiacciata tra la concorrenza aggressiva dei produttori extra UE, in particolare cinesi, e un impianto regolatorio che rischia di favorirli ulteriormente. I dati parlano chiaro: la transizione procede a due velocità, con profonde diseguaglianze tra Paesi e con un mercato dell’auto elettrica che, nei fatti, resta inaccessibile a milioni di cittadini. In questo contesto, continuare a raccontare che basta “spingere un po’ di più” significa ignorare la realtà. Il problema, infatti, non è solo il 2035 o il settore automotive. Il problema è un modello decisionale europeo che sembra ancora troppo lontano dai desiderata dei popoli che dovrebbe rappresentare. È arrivato il momento di avere il coraggio di mettere in discussione non solo il Green Deal per come è stato impostato, ma tutto l’insieme di quella visione politica, che ancora regge a Bruxelles, ma che, sconfessata dalla realtà, deve cambiare. L’Unione deve tornare ad essere connessa al mondo del lavoro e all’industria, per restare nell’ambito economico e occupazionale, ma, allargando lo sguardo, all’intero complesso della società europea, che chiede un cambiamento anche su ulteriori temi altrettanto decisivi, dalla sicurezza all’identità culturale. Questo timido ripensamento dimostra che cambiare è possibile. Ora serve però fare un passo ulteriore: accantonare definitivamente una strada sbagliata e avviare una revisione profonda delle politiche europee, perché l’Europa – specie in questo delicatissimo frangente storico – non può diventare vittima di se stessa e di alcune ideologie fallimentari.