di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Il report di Confindustria sul lavoro 2025 conferma in modo puntuale quanto l’Ugl osserva da tempo: l’intelligenza artificiale ormai è un elemento strutturale nei processi produttivi. Un cambiamento profondo, destinato a ridefinire non solo l’organizzazione del lavoro, ma la competitività dell’intero Paese. A fronte di questa accelerazione tecnologica, emerge con chiarezza una criticità importante: meno della metà delle grandi imprese ha avviato percorsi di formazione interni per gestire l’impatto sulle risorse umane. Un dato che fotografa un ritardo culturale e organizzativo significativo, soprattutto se si considera che la carenza di competenze è ormai strutturale e riguarda i profili interni per più di un terzo delle imprese, di reperimento per i due terzi, specie nell’ambito tecnico-scientifico. Il rischio, denunciato da tempo dal sindacato, è che l’innovazione corra più veloce della capacità del sistema di includere i lavoratori nei processi di cambiamento. Un mismatch che secondo Unioncamere–Ministero del Lavoro costa al Paese 44 miliardi di euro, pari al 2,5% del Pil, cifra che dimostra l’importanza di investire sulla formazione, a vantaggio dei lavoratori, delle persone in cerca di lavoro, delle imprese e nel complesso dell’intero sistema economico. Eppure, i segnali di ottimismo non mancano. Le collaborazioni tra imprese, scuole, Università e Its Academy sono in costante crescita; quasi un terzo delle aziende con difficoltà di reperimento sta rafforzando i rapporti con il sistema educativo. Una direzione che l’Ugl sostiene convintamente: la formazione deve diventare il cuore delle politiche industriali e del lavoro, perché solo così l’IA sarà un’opportunità e non una minaccia. Un altro dato significativo riguarda il lavoro agile, adottato oggi dal 32,3% delle aziende, quasi quattro volte in più rispetto al pre-Covid: lo smart working, quindi, non è più una soluzione emergenziale, ma uno strumento maturo di conciliazione vita-lavoro e di miglioramento dell’efficienza organizzativa. In questo nuovo scenario, la contrattazione collettiva svolge un ruolo sempre più centrale, per fare in modo che, in questa fase di trasformazione profonda del mondo del lavoro a seguito dell’impatto sempre più incisivo delle tecnologie digitali, al centro rimanga la persona. Questo significa tratteggiare un migliore rapporto con il sistema di istruzione, investire nella formazione continua lungo tutto l’arco della vita lavorativa, usare le tecnologie anche a fini sociali, per promuovere il welfare aziendale, specie, in questo caso, nell’ambito di un migliore bilanciamento tra vita privata e lavoro, ma anche sul fronte, fondamentale, della sicurezza sul lavoro. Solo così sarà possibile mantenere competitivo il Paese, coniugando innovazione e coesione sociale, crescita economica e qualità del lavoro.