di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Indubbiamente brucia l’accusa che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivolto all’Europa e cioè di andare «in direzioni sbagliate».
Parole che bruciano ancora di più perché non sono estemporanee, ma suffragate sia dal testo della nuova Strategia per la sicurezza nazionale Usa, firmato dallo stesso presidente, in cui si parla di un’Europa «in declino», sia dalla multa di 130 milioni di euro inflitta dalla Commissione Ue a X per non aver rispettato gli obblighi di trasparenza previsti dal Digital Services Act dell’Ue, che, da un punto di vista “diplomatico”, è stata inopportuna, date le tensioni già esistenti tra Usa e Ue.
Le risposte a simili, definiamole così, sollecitazioni? In due giorni, tante sono state le analisi e le riflessioni, le interviste di esperti e non sullo stato dei rapporti tra Usa e Ue. Risposte diplomatiche, ma fino ad un certo punto, pubblicate su tutti i quotidiani italiani e che su quelli più schierati a sinistra in alcuni casi hanno quasi rasentato il ridicolo. Oltre ad accusare, a seconda della necessità, il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, sia di essere (adesso) troppo debole nel rapporto con il presidente Usa sia troppo legata ideologicamente a Trump, non sono in pochi a sostenere che la causa dell’incrinatura di un rapporto ineludibile sia da attribuire ai partiti di destra che dividono l’Europa. Tutto ciò mentre, nel frattempo, milioni di operai e importanti costruttori di auto assistono allo slittamento al 16 dicembre di una decisione essenziale per la loro sopravvivenza e per la sopravvivenza di tutta l’industria europea e cioè la revisione del divieto di vendita di auto nuove a benzina e diesel dal 2035.
Nemmeno l’approssimarsi dell’orlo del baratro riesce a dare la giusta spinta all’Ue per dare risposte alle pressioni di Paesi come Germania e Italia, che chiedono maggiore flessibilità per tecnologie alternative. Anche questo sarebbe “colpa” delle destre? O sono state, invece, le rigidità ideologiche delle sinistre nelle politiche climatiche a mettere in ginocchio l’industria dell’auto europea, a causare decine di migliaia di licenziamenti e a dover ricorrere all’industria della Difesa anche per compensare una crisi senza precedenti? Non dovrebbe servire altro tempo per decidere se non fosse esattamente come sta dicendo Trump nella sostanza e cioè che, appunto, l’Europa «sta andando in direzioni sbagliate».
L’ingresso della Cina nel Wto, avvenuto nell’ormai lontano 11 dicembre 2001, fu sostenuto dal presidente Usa democratico, Bill Clinton. Un evento epocale che portò alla cancellazione di milioni di posti di lavoro nell’industria manifatturiera americana e non solo e che mise economicamente in ginocchio l’Occidente. Ed è proprio la predominanza della Cina e, adesso, anche di tutto il mondo asiatico a rendere sempre meno rilevante il ruolo della bella eppure lenta, quasi addormentata, Europa. Svegliamoci!