di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
La proroga di Opzione Donna, in un emendamento “segnalato” alla manovra presentato da FdI, che si colloca sulla stessa linea di proposte simili che erano state avanzate anche da Lega e FI, rappresenta un segnale di attenzione verso le lavoratrici italiane. Se ne parla oggi sul Messaggero, chiarendo che la misura proposta non dovrebbe solo estendere al 31 dicembre 2025 il termine entro il quale maturare i requisiti per accedere al pensionamento anticipato, ma anche ampliare la platea delle lavoratrici interessate. Accanto a quelle licenziate o dipendenti da aziende in crisi, con 35 anni di contributi e almeno 61 di età, riducibili di uno o due anni con figli, con l’inserimento di questo emendamento nella Legge di Bilancio potrebbero, infatti, accedere a Opzione Donna anche le donne in stato di disoccupazione a seguito di licenziamento individuale o collettivo, dimissioni per giusta causa, risoluzioni consensuali o scadenze di contratti a termine, a condizione che rispettino i requisiti contributivi e abbiano concluso i periodi di sostegno alla disoccupazione. È un ampliamento significativo, che riconosce la molteplicità delle situazioni di fragilità lavorativa che oggi colpiscono soprattutto le donne, spesso costrette ad affrontare percorsi professionali discontinui o caratterizzati da contratti temporanei. È senza dubbio un passo avanti, che va nella direzione richiesta dall’Ugl — assieme anche alla proroga di quota 103 — e che, quindi, accogliamo con favore. La sfida, però, è più ampia e chiama in causa l’intero sistema di protezione sociale. Le donne continuano a sostenere un carico di cura sproporzionato, che influenza la loro partecipazione al mercato del lavoro, la continuità contributiva e, in ultima analisi, l’importo della pensione futura. Per questo motivo serve un sostegno più strutturato, in grado di valorizzare il ruolo delle lavoratrici lungo tutto il percorso professionale e personale, e un accesso alla pensione più equo, parametrato su genere, settore e mansioni di appartenenza, oltre che condizioni psicofisiche ed economiche. In questa prospettiva, sarebbe necessaria una riflessione complessiva sul sistema pensionistico italiano: un confronto serio e condiviso che tenga conto delle trasformazioni del lavoro, dell’invecchiamento demografico e delle nuove esigenze di flessibilità in uscita. È essenziale costruire un quadro stabile, capace di garantire equità intergenerazionale, sostenibilità finanziaria e tutele adeguate alle categorie fragili o penalizzate da carriere intermittenti, come molte donne. La proroga di Opzione Donna deve dunque rappresentare l’inizio di un percorso più ampio di revisione e modernizzazione dell’intero impianto previdenziale, con politiche più organiche e durature, che assicurino a lavoratrici e lavoratori sicurezza e libertà di scelta.