di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Sono stati assunti alcuni provvedimenti per tamponare la situazione estremamente critica dell’Ex Ilva, con il via libera da parte del Consiglio dei ministri al decreto-legge che sblocca 108 milioni per finanziare il proseguimento delle attività dell’acciaieria fino a febbraio 2026, «data in cui è attesa la conclusione della procedura di gara per l’individuazione dell’aggiudicatario», con l’impegno a coprire, per 20 milioni di euro, parte della cassa integrazione dei lavoratori, facendo svolgere a circa 1.500 addetti delle attività specifiche di formazione e riqualificazione professionale e con interventi sul fondo per gli indennizzi per gli abitanti del quartiere Tamburi. Soprattutto, a breve, il 28 novembre, è stato convocato dal ministro Urso un incontro unitario – come richiesto dai sindacati e quindi riguardante tutti gli impianti sia del Sud, quindi Taranto, che del Nord Italia, in Liguria e Piemonte – tra Governo, Parti Sociali ed Enti locali per confrontarsi e cercare delle soluzioni condivise. Segnali importanti di attenzione, ma la preoccupazione per le sorti dell’Ex Ilva resta ancora molto forte ed il timore è quello della dismissione dei siti: servono, invece, soluzioni a lungo termine, non solo per garantire migliaia di posti di lavoro, tra lavoratori diretti e di indotto, appalti e trasporti, ma anche perché per l’Italia pensare di perdere un asset fondamentale per la nostra industria, come quello dell’acciaio, sarebbe francamente inaccettabile. Costituirebbe, infatti, un cedimento nell’ambito della nostra autonomia e sovranità economica, italiana ed europea, a vantaggio della concorrenza internazionale, indiana e cinese innanzitutto. Un progetto di politiche industriali e crescita economica non è possibile senza acciaio ed è importante che su questo punto fermo convergano tutte le parti coinvolte, dall’Esecutivo ai sindacati, dalle Regioni – a brevissimo termine le elezioni per il rinnovo dell’amministrazione regionale in Puglia – ai Comuni, affrontando anche il tema, spinoso ma ineludibile, della nave rigassificatrice al largo di Taranto, osteggiata da alcuni e che, però, resta fondamentale per l’alimentazione dei nuovi impianti. Bisogna trovare una quadra che consenta di mettere assieme salvaguardia dei livelli occupazionali, continuità nella produzione e sostenibilità ambientale. Cedere su uno solo di questi tre punti significherebbe una sconfitta non solo per i lavoratori ed i cittadini dei siti coinvolti, ma per l’intero Paese e, con uno sguardo più ampio, per tutta l’Unione europea. Una sfida estremamente complessa, ne siamo consapevoli, ma da vincere, con l’obiettivo di mantenere la coesione sociale, tutelando, quindi, sia al lavoro che l’ambiente, e di salvaguardare la produzione dell’acciaio, per garantire delle politiche industriali orientate ad un futuro di crescita.