di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
C’è un tratto comune a tutte le rivoluzioni tecnologiche: all’inizio spaventano, poi cambiano tutto, infine diventano invisibili e l’intelligenza artificiale non farà eccezione, solo che questa rivoluzione sta correndo più velocemente di tutte le altre. È già qui, e nessuno ha avuto il tempo di accorgersene davvero. Ma i dati, se ne parla oggi approfonditamente sul Sole 24 Ore, raccontano una storia meno drammatica di quanto si creda, assicurando che il mercato del lavoro non sta crollando e che i sistemi generativi non stanno distruggendo le professioni. Si stanno, piuttosto, trasformando, in un cambiamento graduale che non sta creando, fortunatamente, una sostituzione di massa dei lavoratori umani in favore di quelli digitali e che anzi, potrebbe vedere nell’Ia uno strumento utile a contrastare la questione demografica e il previsto calo, entro il 2060, di 12 milioni di lavoratori attivi in Italia. Il problema, però, esiste: più a rischio le professioni intellettuali a basso valore aggiunto, quelle più ripetitive e meno creative e quindi più facilmente automatizzabili, meno, al momento, i lavori manuali e quelli di cura, nei quali la robotica è ancora in fase di sviluppo e inadatta, sia per funzionalità che per costi, a soppiantare il lavoro umano, se non nelle grandissime multinazionali, come ci insegna il caso Amazon. La sfida per governare questo processo è essenzialmente politica, e se l’Europa sta provando a costruire un quadro normativo con l’AI Act, ma le regole non bastano se non sono accompagnate da una visione a lungo termine. La tecnologia si imporrà comunque: la differenza la farà la capacità delle democrazie di darle un perimetro di diritti, libertà e sicurezza e non solo: sul piano economico sarà essenziale che l’Unione non resti spettatrice, investendo oggi in intelligenza artificiale, per rimanere produttivi andando incontro alle necessità del presente e del futuro, con una strategia comune che eviti che l’Europa sia solo un terreno di consumo di tecnologie prodotte altrove. E poi il nodo della formazione. Secondo Francesco Billari, rettore della Bocconi, ad esempio, l’Italia resta tra gli ultimi Paesi europei per numero di laureati e, più, in generale c’è una carenza di preparazione nelle materie “Stem”, mentre occorre una formazione più centrata nel presente, ma anche multidisciplinare, capace di “ibridare i saperi” e di insegnare a imparare ed a mantenersi aggiornati, con, però, anche un sistema produttivo che sappia ricompensare adeguatamente le competenze per evitare l’emigrazione verso l’estero dei giovani preparati. Insomma, l’intelligenza artificiale si imporrà naturalmente e irreversibilmente. Il compito della politica è regolarla, quello delle imprese è investirci, quello della scuola è insegnare a usarla con giudizio, per utilizzarla consapevolmente e in una visione umana e sociale.