Ceto medio, tutti ne parlano. Pochi lo conoscono. In seguito alle audizioni sulla manovra di Istat, Banca d’Italia e Upb, è nato un dibattito interessante e allo stesso tempo sconcertante sulla ricchezza, presunta, degli italiani
Dopo la sintesi che, dall’Istat alla Banca d’Italia, passando per Upb, è emersa durante le audizioni sul disegno di legge di Bilancio 2026 che il governo sta portando a termine, e dalle risposte che gli stessi rappresentanti del governo, in primis il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha fornito, si è sviluppato un dibattito, interessante e, allo stesso tempo, sconcertante, su quale sia il ceto medio. Quel ceto che, da decenni, si assottiglia sempre più e che a più riprese si invoca, perché, alla fine, è al ceto medio che corrisponde la spina dorsale economica e sociale di un Paese. Mettendo nel conto anche qualche “forzatura” giornalistica, secondo gli organi chiamati a dare un giudizio indipendente, nella manovra l’85% delle risorse che scaturiscono dal taglio Irpef vanno a fasce alte (Istat) e cioè allo scaglione di reddito tra 28mila e 50mila euro; c’è ben poco contro le disuguaglianza dei redditi delle famiglie (Bankitalia), perché del taglio dell’Irpef ne beneficerebbero i contribuenti con reddito complessivo superiore a 28mila euro, in misura crescente fino a un massimo di 440 euro annui per redditi pari o superiori a 50mila euro; la riduzione di due punti di aliquota riguarderà poco più del 30% dei contribuenti (Upb). Ecco la sintesi: la manovra va incontro ai più ricchi. Manovra che, però, deve viaggiare su due binari insidiosi: le incertezze internazionali e i limiti imposti dalle regole di bilancio UE, pur con l’obiettivo posto dal governo Meloni di preservare il potere d’acquisto delle famiglie italiane e sostenere la classe media. Risponde, dunque, il ministro Giorgetti a tali rilievi affermando che «bisogna capire cosa si intende per ricco. Se ricco è colui che guadagna 45 mila euro lordi all’anno, cioè 2 mila, 2 mila e poco più di 2 mila euro netti al mese, diciamo così, allora Istat, Banca d’Italia e Upb hanno una concezione, diciamo così, della vita un po’ particolare» e, visto che «i ceti più svantaggiati sono stati negli anni scorsi attenzionati», quest’anno la fascia di popolazione da includere è quella che non rientra nei redditi bassi e che, tuttavia, non può essere considerata “ricca”: lavoratori dipendenti, piccoli imprenditori e professionisti. Insomma, tutti sono attenti al ceto medio, ma non tutti hanno la stessa idea di quale esso realmente sia. D’altronde, lo dice il buon senso che “ricco” non può essere il 30% dei contribuenti, altrimenti l’Italia sarebbe un Paese ricchissimo. Non sarà anche per questo misunderstanding che la gran parte degli stipendi italiani continua ad essere molto bassa?