di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
In un momento complesso per il Paese, la priorità deve essere quella di rafforzare il senso di responsabilità e di unità nazionale e costruire con le istituzioni e tutte le parti sociali un “Patto per il futuro del Paese”, volto alla crescita economica, occupazionale e sociale. Per questo, l’Ugl non ritiene opportuno demonizzare le misure, contenute nella manovra, in favore delle categorie produttive e della classe media: perché, a nostro avviso, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, anche delle fasce sociali più deboli, non passa attraverso le contrapposizioni ideologiche e sociali, le misure assistenzialistiche o le patrimoniali, ma attraverso la crescita economica, fondata su coesione e dialogo. La Legge di Bilancio per il 2026, pur nei limiti imposti dalle regole europee e dalle risorse disponibili, va, poi, riconosciuta come una misura orientata alla riduzione del carico fiscale, al sostegno delle imprese e alla salvaguardia dei redditi medi, ma anche bassi, e nel complesso ad alto impatto sociale, mirando a consolidare la ripresa e a difendere l’occupazione. Certo, avremmo auspicato maggiori risorse per le fasce più deboli, ma non possiamo ignorare il contesto dei vincoli economici che impone prudenza e realismo. Il Governo, poi, pur con tutti i distinguo del caso, ha mostrato apertura e disponibilità al confronto: per la prima volta, la Presidente del Consiglio ha convocato le organizzazioni sindacali prima della presentazione della bozza di manovra in Consiglio dei Ministri, con un segnale importante, che testimonia la volontà di instaurare un dialogo vero. In quell’occasione, insieme a Cgil, Cisl e Uil, abbiamo rappresentato, pur con posizioni diverse, dato il pluralismo sindacale italiano, le nostre istanze al governo e registrato attenzione verso alcune richieste significative, come, ad esempio, il rifinanziamento della legge sulla partecipazione dei lavoratori alle imprese. In questa prospettiva, dato sia il contesto politico ed economico generale, che l’approccio collaborativo dell’Esecutivo verso i sindacati e il mondo del lavoro, l’uso dello sciopero generale contro una manovra che migliora oggettivamente le condizioni dei lavoratori appare del tutto fuori luogo. Controproducente e ideologizzata la scelta della Cgil di indire una mobilitazione in questa fase, rischiando di indebolire il fronte comune delle parti sociali proprio quando sarebbe necessario un approccio costruttivo e partecipato. Lo sciopero è un diritto sacro e un’arma finale per i lavoratori, da utilizzare solo dopo un confronto reale e quando necessario. Ricorrervi con eccessiva frequenza, o addirittura in modo preventivo, oltre che, in alcuni casi, anche per motivi politici, come la causa palestinese, del tutto slegati rispetto al mondo del lavoro, finisce per svuotarne il valore e per indebolire la credibilità del sindacato stesso.