di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Per troppo tempo l’Europa ha creduto di poter vivere di buone intenzioni, retorica e regolamenti, sostituendo la politica industriale con la moral suasion ecologista e progressista e creando le condizioni per una terziarizzazione dell’economia ed una dipendenza dall’estero su energia e manifattura, scelta nel tempo si è rivelata profondamente controproducente. Ora, dopo questa lunga sbornia ideologica, è arrivato un brusco risveglio: il mondo non si muove a colpi di principi, ma di energia e materie prime – nel contesto attuale, le terre rare e i metalli strategici – senza le quali non c’è manifattura, ma neanche difesa e nemmeno lavoro, crescita dei salari e welfare. Tutto ciò che fa girare l’economia e sostiene la società si fonda su risorse materiali, che oggi, però, sono nelle mani di altri. Se ne parla oggi su L’Economia del Corriere della Sera, in un articolo di De Bortoli e Giraudo: se, negli anni Settanta, l’Occidente controllava l’80% delle materie prime strategiche, ora è la Cina a detenerne la stragrande maggioranza, con una strategia tanto silenziosa quanto implacabile, che ha costruito negli ultimi trent’anni un dominio mondiale sulle terre rare e sulla raffinazione dei metalli essenziali. Gli Stati Uniti si sono mossi tardi, ma stanno reagendo per proteggere le loro industrie e ricostruire catene di approvvigionamento nazionali. L’Europa, invece, è rimasta ferma: solo nel 2024 un regolamento per produrre, entro il 2030, il 10% delle materie prime rare, di raffinarne il 40% e di riciclarne il 15%. Così l’Ue è diventata l’“anello pagante” delle tensioni globali: quando Washington e Pechino si confrontano, il Vecchio Continente si limita a pagare il conto. La parabola dell’automotive europeo racconta meglio di ogni altra cosa la distanza tra la retorica e la realtà: l’industria che per decenni ha incarnato la forza economica del continente – soprattutto in Germania e in Italia – è oggi in affanno. La scelta politica di abbandonare in tempi record il motore endotermico, imposta a colpi di regolamenti, avrebbe potuto essere un’opportunità, ma senza una filiera interna di batterie, di semiconduttori, di materiali critici, si è trasformata in un boomerang. Un esempio replicabile a buona parte della nostra manifattura, senza la quale sta vacillando il cuore dell’economia europea e di conseguenza il nostro stato sociale. Perché senza un’economia fiorente non si finanziano pensioni, sanità, welfare. Ora, e alla base dei cambiamenti politici in atto c’è questa presa di coscienza: all’Europa serve una svolta culturale prima ancora che economica, per tornare a pensarsi come un continente produttivo, non come una comunità di consumatori, mentre sono altri a costruire, perché un simile modello non può reggere nel tempo ed a lungo andare non mette solo a repentaglio il nostro benessere economico, ma anche la nostra libertà e sovranità politica.