di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Dobbiamo “tenerci stretti” i nostri giovani, affinché andare a vivere e lavorare all’estero per loro non sia una scelta di necessità, ma, semmai, un’esperienza formativa temporanea. Non solo per la tenuta dei conti pubblici e del sistema previdenziale, non solo perché le nuove generazioni contribuiscono in modo determinante all’innovazione, ai consumi, alla natalità – elemento imprescindibile, specie ora, considerata la drammatica inversione della piramide demografica, come hanno testimoniato in modo eloquente gli ultimi dati Istat – ma anche e soprattutto perché sono il futuro, la linfa vitale della nostra Nazione. Da questo punto di vista, alla luce dei dati di cui si parla oggi sul Corriere della Sera, sulla base di un’indagine della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, sembrerebbe in atto un cambiamento in positivo: nel 2024, infatti, su circa 156mila partenze, solo il 26% dei giovani ha scelto di andare all’estero a causa dell’impossibilità di trovare un’occupazione nel nostro Paese. Per la maggior parte si è trattato, invece, di una scelta libera, temporanea, motivata dalla volontà di crescere professionalmente e personalmente. I rientri, nello stesso periodo, sono stati circa 53mila, con quindi un terzo dei ragazzi emigrati all’estero che, dopo un periodo di permanenza fuori dai confini nazionali, ha deciso di tornare in Italia. Molti giovani, infatti, non vedono più l’espatrio come un progetto di vita definitivo, ma come un’occasione per fare esperienza e tornare a costruire il proprio futuro in patria. Grazie anche ad alcune garanzie – non solo economiche ma anche sociali e umane – difficili da ritrovare altrove: la presenza della famiglia, il tessuto relazionale, ma soprattutto un sistema di relazioni industriali e di contrattazione collettiva, frutto della storia sindacale italiana, che resta tra i più avanzati d’Europa e che garantisce un livello di protezione che in molti altri Paesi non esiste, anche a fronte di salari più alti, ma privi delle tutele che nel tempo fanno la differenza. Segnali incoraggianti, che però non devono essere considerati un punto d’arrivo, ma di partenza. Le criticità per i giovani ancora ci sono e una fra le più importanti deriva dal fenomeno del mismatch tra domanda e offerta di competenze, che continua a pesare sul mercato del lavoro. Troppi ragazzi non trovano occupazioni adeguate alla propria formazione, mentre molte imprese faticano a reperire profili qualificati. Per superare questo divario serve una maggiore integrazione tra sistema educativo, università, formazione professionale e mondo produttivo. È indispensabile promuovere percorsi di orientamento e formazione continua che rispondano alle reali esigenze delle imprese e del territorio, perché non c’è futuro senza la partecipazione attiva, nel mondo del lavoro e nella società, delle nuove generazioni.