di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Negli ultimi anni il lavoro agile è passato dall’essere una risposta emergenziale alla pandemia a rappresentare una delle principali leve di modernizzazione del mondo del lavoro. Attualmente in Italia lo smart working coinvolge oltre 3 milioni e mezzo di persone — 3.575 milioni nel 2025, secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, in un’anticipazione pubblicata oggi dal Sole 24 Ore — e la tendenza è ancora in crescita, dello 0,6% rispetto all’anno scorso. Nelle grandi imprese, il fenomeno ha raggiunto una diffusione prossima al livello massimo possibile: quasi 2 milioni di lavoratori, il 53% del totale, lavorano almeno in parte da remoto. Nella pubblica amministrazione, gli smart worker sono circa 555mila, il 17% del personale, grazie anche a un approccio più favorevole da parte del Ministero sotto la guida di Zangrillo. Ma il vero terreno di sviluppo è rappresentato dalle piccole e medie imprese, dove lo smart working coinvolge appena l’8% dei dipendenti ed è in diminuzione. Come ha ricordato oggi, sempre sullo stesso quotidiano, Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio del Politecnico, «nelle Pmi italiane c’è un potenziale di 2 milioni di nuovi smart worker, che porterebbe il totale vicino ai 6 milioni, come nel picco pandemico». Il nodo principale non è tecnologico, ma culturale e organizzativo: serve una nuova dirigenza aziendale capace di misurare la produttività per obiettivi e di valorizzare la fiducia, la collaborazione e la responsabilità individuale. Secondo il Sole 24 Ore, il 95% delle grandi imprese dispone ormai di policy o accordi sindacali strutturati sul lavoro agile, mentre nelle Pmi prevale una gestione informale. Un dato che conferma quanto sia importante il ruolo del sindacato, delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva, strumenti essenziali per supportare lo smartworking e per dare al lavoro agile un quadro di regole condivise, garantendo tutele, sicurezza e diritto alla disconnessione. In particolare, per evitare il fenomeno dell’over-working, che coinvolge il 35% dei lavoratori da remoto, contro il 30% di chi lavora sempre in sede. Anche il legame con l’organizzazione cresce sensibilmente: il 40% dei lavoratori coinvolti in modelli di lavoro agile e condiviso dichiara un forte senso di appartenenza, contro il 31% di chi non può accedere a questa modalità, perché lo smart working aumenta il benessere, migliora la conciliazione vita-lavoro e influisce positivamente sulla produttività. Le sfide per il sindacato, quindi, in questo campo sono due: da un lato aumentare le possibilità di accesso al lavoro agile anche nelle Pmi, che costituiscono una parte essenziale delle aziende italiane ed occupano milioni di lavoratori, dall’altro tutelare il lavoro da remoto, con le sue peculiarità, minimizzandone le implicazioni negative sui lavoratori.