Sotto attacco la libertà di informazione: bomba distrugge l’auto di Sigfrido Ranucci
Una bomba, quasi un chilo di esplosivo, davanti all’abitazione del conduttore della trasmissione Rai “Report”, Sigfrido Ranucci, ha distrutto due auto, quella del giornalista e di sua figlia, nonché la casa accanto, ha riproposto un clima e delle modalità di minaccia che non si vedevano da tempo. L’attentato con un ordigno rudimentale è avvenuto, ieri sera attorno alle 22,00; le due vetture coinvolte sono esplose e completamente avvolte dalle fiamme. Il giornalista e la figlia erano appena tornati a casa nel momento della deflagrazione. «Le deflagrazioni sono state così forti – ha scritto Ranucci nel suo post – da scuotere l’intero quartiere», che si trova a Campo Ascolano, alle porte di Roma. Altro aspetto inquietante è che l’ordigno rudimentale non è stato azionato a distanza o con un timer ma è stato lasciato, presumibilmente con la miccia accesa, tra due vasi esterni alla villetta, secondo quanto è emerso dalle prime verifiche investigative svolte dai Carabinieri coordinati dai pm della Dda. Gli inquirenti stanno cercando eventuali telecamere che abbiano immortalato il momento cui l’ordigno è stato lasciato. Indaga anche l’Antimafia. Sui profili social della trasmissione Report, è stato riferito che «la potenza dell’esplosione è stata tale per cui avrebbe potuto uccidere chi fosse passato in quel momento». Solidarietà e ferma condanna per l’episodio sono arrivate da tutto il mondo politico, in primis dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e da rappresentanti del mondo sindacale e della società civile. Ranucci riceve da tempo minacce: l’anno scorso, sempre davanti casa, sono stati trovati dei proiettili, non manca una lista infinita di minacce, di varia natura, ricevute nel corso del tempo, oltre al fatto che al conduttore è stata assegnata una scorta, a suo tempo. Dunque, la sua è una situazione più che sotto osservazione, ma «quello di stanotte è stato un salto di qualità preoccupante», ha detto il giornalista. Sì, perché ad essere stata colpita è la stessa libertà di informazione.
Nel mondo. Un mestiere sempre più pericoloso
Secondo il “Committee to Protect Journalists” (Cpj), organizzazione nata nel 1981 per promuovere la libertà di stampa nel mondo, indipendente e non profit, con sede a New York, nel 2024 sono stati uccisi 124 giornalisti in tutto il mondo. Israele sarebbe responsabile del 70% di tali uccisioni, sempre secondo il Comitato, che rileva un aumento del 22% rispetto al 2023. Ma è il 2023, a causa della concomitanza di due fronti bellici aperti, russo e ucraino, ad aver visto più caduti sul campo tra i giornalisti. Sono le zone di conflitto a registrare la percentuale più alta di uccisioni, con una crescita del 60% nell’ultimo decennio, secondo l’Unesco. Posti come la Palestina, scenario con il maggior numero di vittime, seguita da Ucraina, Colombia, Iraq, Libano, Myanmar e Sudan. Non sono solo le zone di conflitto, però: negli ultimi 5 anni, si è registrato un aumento degli attacchi contro i professionisti che si occupano di tematiche ambientali, il che fa capire a quanti rischi e pressioni sono esposti sia la professione e il mondo dei media. A complicare l’attività professionale, non ci sono soltanto le minacce fisiche, ma anche numerosi casi di pressioni finanziarie e legali, correttamente denunciati. Ma il “sommerso” non è affatto facile calcolare.