di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
L’Istat ha registrato la presenza in Italia di 5,7 milioni di individui e 2,2 milioni di nuclei familiari in povertà assoluta, una condizione di deprivazione che colpisce non solo le persone inoccupate, ma anche una parte dei lavoratori attivi. Fra i lavoratori poveri, in particolare operai e professionisti a basso valore aggiunto, ma anche precari e partite Iva. Condizioni di disagio che si concentrano nelle aree più fragili del Paese, a cominciare dal Mezzogiorno, dove le sacche di povertà e sottoccupazione sono più complesse da sradicare. Trasformare in positivo una situazione simile, maturata nel corso di anni e decenni, non è semplice e richiede investimenti consistenti, che, però, non compromettano la tenuta dei conti pubblici. Un rebus di complessa risoluzione, che richiede il rafforzamento del welfare e delle politiche attive per il lavoro per gli inoccupati, e, per contrastare il lavoro povero, misure mirate di sostegno ai salari e agli stipendi, con interventi fiscali in grado di incentivare il rinnovo dei Ccnl. In merito al supporto ai redditi da lavoro, alcuni progressi si sono già registrati con gli interventi precedenti, in primis la riduzione del cuneo fiscale, che ha contribuito alla diminuzione del tasso di povertà assoluta tra le famiglie di operai, dal 16,5% del 2023 al 15,6%. Però è necessario insistere ancora su questa strada, per rafforzare il potere d’acquisto di salari e stipendi, non solo per ragioni di equità sociale, ma anche per innescare un circolo virtuoso che stimoli i consumi interni, sostenga l’economia e favorisca benessere e crescita. Una richiesta espressa dall’Ugl nel confronto con il governo in vista della definizione della Legge di Bilancio, che ora sembrerebbe sul punto di diventare realtà: per incentivare il rinnovo dei Ccnl nel settore privato e rendere più “pesante” in busta paga l’effetto dei nuovi accordi, nella manovra, infatti, è in via di definizione una riduzione al 10% dell’aliquota Irpef sugli incrementi retributivi corrisposti ai dipendenti privati in attuazione di rinnovi contrattuali stipulati tra il 1° gennaio 2026 e il 31 dicembre 2028, per l’intera durata dei contratti stessi. A questa misura si aggiungerebbero altri interventi a sostegno dei redditi da lavoro, come il raddoppio dei fringe benefit esentasse e la detassazione del lavoro straordinario. Adesso il provvedimento è in fase di perfezionamento: i tecnici del governo stanno valutando la sostenibilità economica dell’intervento, che avrebbe un costo stimato di circa 2 miliardi di euro, cifra che lo Stato potrebbe in parte recuperare grazie all’aumento dei consumi e, conseguentemente, dell’Iva. Restano da definire le modalità applicative, tra cui la possibilità di introdurre un tetto di reddito o di estendere la riduzione al 10% anche ai rinnovi precedenti al gennaio 2026. Un altro passo nella direzione giusta.