di Francesco Paolo Capone
Su questo, almeno, non ci dovrebbero essere dubbi: il sindacato deve dare delle risposte ai lavoratori ed evitare posizioni che sembrino strumentali e opportunistiche e, comunque, distanti dalle esigenze di chi lavora. Sono l’interpretazione e l’attuazione di tale assunto che fanno la differenza tra un’organizzazione sindacale e l’altra. La cosiddetta “triplice” sindacale, infatti, non esiste più e l’espressione “unità sindacale” si presenta, oggi, con altri colori e modalità, decisamente più articolate e meno scontate.
Finita, immagino per adesso, l’ubriacatura da sciopero generale illegittimo pro Palestina, che nulla ha spostato, neanche in termini di medicinali e di cibo, a favore del popolo palestinese – per il quale sta fattivamente lavorando di più il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump – , torniamo alla realtà. Quella italiana che, come UGL, ci riguarda direttamente, vede quanto segue: l’occupazione è cresciuta, il giudizio delle agenzie di rating è migliorato, l’affidabilità dell’Italia è apprezzata dai mercati, il Pil, seppur lentamente, cresce. Segnali positivi che, tuttavia, non devono farci dimenticare, perché siamo una forza sociale responsabile, che ci sono delle criticità sulle quali bisogna lavorare. Anche perché assistiamo a crisi quotidiane, pericolose sia per la crescita sia per il nostro tessuto industriale.
Per sollecitare il governo e le imprese a fare meglio e di più, serve uno sciopero? A nostro giudizio, no perché al momento, l’urgenza delle questioni e il velocissimo evolvere dello sviluppo tecnologico, dovrebbe spingere, semmai, a proporre, a indicare soluzioni.
Non a caso, l’UGL auspica che si arrivi alla sottoscrizione di un Patto per il Futuro tra imprese, lavoratori e governo per rilanciare il sistema-Paese con l’obiettivo di condividere, tutti, un impegno comune su fisco, innovazione tecnologica, energia, giustizia, politiche industriali e solidarietà. Un impegno corale che attirerà, senza dubbio, più investitori. Ma ci sono dei presupposti (non facili) da assicurare: il primo, il “dossier Acciaio”, l’ex Ilva, si deve risolvere positivamente perché una politica industriale senza acciaio prodotto in Italia è impossibile da costruire e, per questo, confidiamo che si possa trovare un acquirente affidabile, idoneo a garantire i livelli di produzione e la transizione ambientale. Secondo presupposto, produrre energia nucleare in Italia, cioè senza comprarla dall’estero, darebbe un enorme vantaggio competitivo alle imprese e al Paese, visto che l’talia è il più grande importatore di energia al mondo e, per tale ragione, è il Paese in cui è più costoso produrre e pagare bollette. Terzo presupposto, accelerare i rinnovi dei contratti di lavoro e, per questo, evitare di usare il mancato rinnovo del contratto come strumento di lotta politica, soprattutto per quelli del settore pubblico, perché, essendo lo Stato il datore di lavoro, la tentazione di “giocare” una partita politica e ideologica è forte per alcuni sindacati.
Ce la possiamo fare? Io dico di sì, ovviamente con la buona volontà.