di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

I dati Istat sull’andamento dell’occupazione ad agosto sono significativi: a fronte di una flessione mensile, il bilancio complessivo resta ampiamente positivo, con oltre centomila occupati in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Crescono in particolare i dipendenti permanenti e gli autonomi, segno che le misure varate dal Governo – dal taglio strutturale del cuneo fiscale, al potenziamento delle politiche attive con la piattaforma SIISL, agli incentivi alle assunzioni – stanno producendo risultati concreti e duraturi, privilegiando l’occupazione stabile e qualificata. È evidente che la strada da percorrere resta lunga e per i lavoratori italiani non si può certo dire che vada tutto bene: rimangono sul tavolo i nodi della sicurezza sul lavoro, della perdita di potere d’acquisto, dell’inclusione stabile di giovani e donne e della necessità di una più incisiva politica industriale. La sfida resta quella di investire sempre di più in formazione e riqualificazione per rispondere alla domanda crescente di nuove professionalità legate alla transizione digitale ed ecologica e consolidare i progressi occupazionali raggiunti. Comunque, il quadro attuale indica un miglioramento importante, che dovrebbe favorire un confronto serio e costruttivo, non certo giustificare uno sciopero generale. Eppure, proprio di fronte a numeri incoraggianti, c’è chi sceglie la via della mobilitazione. Una decisione che rischia di tradire la sua vera natura: un’iniziativa politica, più che sindacale. Lo sciopero è uno strumento importante, da usare quando i diritti fondamentali dei lavoratori sono calpestati o quando si assiste a un peggioramento delle condizioni generali, non quando si registrano progressi. Indire uno sciopero generale non per questioni strettamente legate al lavoro, ma sulla base di tematiche internazionali come la crisi in Medio Oriente, appare del tutto fuori luogo. Il Governo italiano non è responsabile della tragedia di Gaza: al contrario, si impegna nel promuovere la pace, sostenendo la prospettiva di “due popoli, due Stati”, pur ritenendo che non sia opportuno, al momento, un riconoscimento formale della Palestina, con una posizione che può e deve essere discussa dalla politica, ma che non è affatto connessa alla necessità di uno sciopero dei lavoratori atto a fermare il Paese. A meno che la vera motivazione non sia un’altra: una strumentalizzazione antigovernativa che rende il sindacato un soggetto politicizzato, mentre dovrebbe, invece, concentrarsi sulle priorità reali dei lavoratori: salari, sicurezza, formazione, politiche industriali e pensioni, ed è questa la scelta che porta avanti l’Ugl. Perché solo così si possono dare risposte concrete agli italiani e si rafforza la credibilità ed il ruolo sociale del sindacato, che non deve trasformarsi in uno strumento di opposizione politica, ma rimanere al servizio esclusivo dei lavoratori.