di Francesco Paolo Capone
Bilancio all’indomani dello sciopero generale “pro Palestina” e a sostegno della Global Sumud Flotilla, indetto dai sindacati di base, sigle dell’estrema sinistra e studenti: non si può negare né la presenza di cortei pacifici che hanno sfilato in diverse città italiane per chiedere il cessate il fuoco in Palestina né la realtà incontrovertibile della violenza urbana che, soprattutto a Milano, non si vedeva da 10 anni ovvero, come ha notato qualcuno, cioè dal corteo No Expo del primo maggio del 2015. Decine i feriti, circa 60, tra cui agenti della Polizia a cui va la solidarietà dell’UGL, otto persone portate in Questura, scontri dentro e fuori la stazione Centrale assaltata da violenti con transenne, cestini della spazzatura, bastoni e anche gli idranti sottratti alle forze dell’ordine. Negozi devastati, cittadini impauriti e/o bloccati per ore nel traffico, impossibilitati a recarsi al lavoro o a tornare alle proprie case. A Roma, Bologna e Pisa autostrade e tangenziali invase; bloccati i porti di Genova, Livorno e Marghera; lancio di bottiglie e scontri con la Polizia a Brescia; tensioni anche a Catania.
Azioni molto simili ad una guerriglia che – è bene ricordarlo e sottolinearlo – non accadono in tutte le manifestazioni e, in particolare, in quelle di matrice e motivazione squisitamente sindacale. Perché il diritto di sciopero è un pilastro della nostra democrazia e del movimento sindacale e, per tale ragione, non può e non deve mai degenerare in atti che mettono a rischio la sicurezza pubblica. Invece, quello che doveva essere un momento di solidarietà e di protesta civile, si è trasformato in violenza, devastazioni e scontri con le forze dell’ordine, coinvolgendo cittadini e lavoratori inermi che nulla avevano a che vedere con i violenti né con quanto accade in Palestina.
Quanto alla solidarietà al popolo palestinese che, è bene sottolinearlo, è ostaggio di Hamas, va detto che né la spedizione della Global Sumud Flotilla, all’interno della quale si sono verificate defezioni eccellenti, cacciate di giornalisti, persino uno scontro tra islamisti e attivisti LGBTQ+, né lo sciopero regionale di ieri e né, ancora, il blocco di scuole appena riaperte, dei trasporti e della vita dei pendolari possono in alcun modo incidere sugli equilibri molto complessi, ai quali si intrecciano anche sfide finanziarie e tecnologiche, di un assetto geopolitico in evidente trasformazione.
La verità è che lo sciopero “pro Pal”, più che una manifestazione di solidarietà, mirava ad essere uno strumento politico e di protesta, ovviamente legittimo, contro il governo. E quando il governo è di centrodestra, “guarda caso”, si assiste a disordini indegni di un diritto, come quello allo sciopero, che appartiene a tutti, è di tutti e non di una sola compagine politica, di quella che, in più di qualche occasione, ne ha stravolto il senso e lo scopo.