di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

L’attuale momento storico sta rendendo difficile tutto, anche la costruzione della manovra di bilancio. Tra ieri e oggi, sono scattati due allarmi e risulta difficile stabilire quale sia il più preoccupante. Ieri il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha avvisato che l’Italia non è in grado di difendersi autonomamente da un eventuale attacco missilistico e che ci vorranno sei anni, per alcuni un calcolo ottimistico, per diventare capaci di farlo. Ma – sia chiaro – attivandoci subito.
L’Italia con la sua posizione strategica, al centro del Mediterraneo, deve, pur ripudiando la guerra, attrezzarsi e deve ancora di più, se non vuole vedere altri cervelli fuggire all’estero, offrire maggiori opportunità.  Ma non può farlo da sola. Anche perché tutto ciò va fatto, ecco le difficoltà di costruire la manovra di bilancio, non a svantaggio del ceto medio, non sostituendo o cancellando altri asset industriali, come ad esempio l’Automotive, ma sostenendo le eccellenze nel settore Difesa che vanta e può vantare, e per fare ciò servono risorse.
Pensiamo ad un’eccellenza come Leonardo Spa e all’avvertimento dell’amministratore delegato, Sergio Cingolani, per il quale l’Ue dovrebbe evitare di fare confusione sulle risorse, circa 600 miliardi, puntate sugli acquisti di equipaggiamenti militari americani, perché sono la sommatoria di fondi nazionali e, in senso stretto, non risorse Ue. Quello che l’Ue dovrebbe fare, con l’obiettivo di recuperare gap su infrastrutture digitali e spazio, è costruire un solido asse di investimenti pubblici e privati. Perché, se è vero che l’Ue investe più della Cina in difesa, è altrettanto vero che l’efficacia di tali investimenti è più bassa, visto che deve dividere le risorse per 27 Paesi. Bisogna stare insieme, costruire alleanze, come stanno facendo Leonardo e l’Italia, sostiene Cingolani, perché «se in Europa non ci mettiamo insieme, nella sicurezza globale siamo destinati all’irrilevanza».
Qualcosa di molto simile lo ha detto oggi l’ex presidente della Bce ed ex premier italiano, Mario Draghi, e qui arriviamo al secondo allarme. Rivolgendosi a Bruxelles, Draghi ha dichiarato che «per sopravvivere bisogna fare ciò che non è stato mai fatto». In effetti, a un anno dalla pubblicazione del suo rapporto sul futuro della competitività europea, nulla di concreto e di nuovo è stato realizzato. In più, adesso, l’Europa si trova in una situazione ben più difficile: il modello di crescita non funziona, le vulnerabilità sono aumentate, non c’è un percorso chiaro sugli investimenti. Draghi invita l’Ue a considerare l’idea di un debito comune per progetti comuni, a livello Ue o tra una coalizione di Stati membri, perché di tempo non ce n’è più.
Si può non essere d’accordo sul debito comune, ma sullo stare davvero insieme, sull’essere una vera Unione, dubbi non ce ne sono e non ce ne dovrebbero essere.