di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Mentre il mondo teme per il proprio futuro a causa delle crescenti tensioni internazionali, nel nostro Paese è in atto una tendenza, nota eppure forse ancora troppo poco compresa nella sua portata, che già sta mettendo a dura prova quello della nostra Nazione: quella demografica. I dati diffusi dall’Istat e riportati oggi dal Sole 24 Ore parlano chiaro: nel primo semestre 2025 sono nati appena 166mila bambini, oltre 12mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2024, con un calo del 7,5%. Si tratta dell’ennesimo record negativo, che porta il tasso di fecondità ad 1,18 figli per donna. Il risultato è quello di una popolazione complessiva ormai a 58milioni e 900mila residenti, nonostante i 214mila immigrati arrivati dall’estero e – dato positivo – la diminuzione delle emigrazioni italiane, 67mila contro le oltre 112mila del 2024. Secondo le previsioni la nostra popolazione si ridurrà progressivamente fino ad arrivare a 45milioni nell’arco di cinquant’anni. Una questione aggravata dal fatto che la denatalità determina, oltre al calo quantitativo, anche un cambiamento qualitativo della popolazione, con molti adulti e anziani e sempre meno bambini e giovani, con le ricadute che tutto questo comporta in termini di previdenza, sanità, composizione della popolazione attiva, predisposizione all’innovazione, tenuta dei consumi interni e così via. Il nesso tra questione demografica e femminile è evidente: in Italia il tasso di occupazione femminile, sebbene in crescita, è ancora tra i più bassi d’Europa: circa il 53% delle donne lavora, contro una media UE del 66%. In questo modo da un lato il Paese si priva di risorse fondamentali per garantire la tenuta del sistema economico e sociale anche dato l’andamento demografico, con una percentuale inferiore di popolazione in età attiva occupata, dall’altro la mancanza di sicurezza economica legata all’assenza di lavoro stabile per le donne convince molte coppie a posticipare, ridurre o rinunciare al progetto di avere figli. Insomma, se la maternità viene spesso vissuta come un ostacolo al pieno inserimento ed alla permanenza nel mondo del lavoro, senza lavoro è difficile progettare una maternità, in un circolo vizioso che porta ogni anno in Italia oltre 30mila donne a lasciare la propria occupazione dopo la nascita di un figlio, non per scelta, ma per necessità. La parità di genere sul lavoro e la sostenibilità della natalità sono due facce della stessa medaglia e per invertire la tendenza alla denatalità l’unica strada è quella di mettere le donne nelle condizioni di lavorare, avere figli e armonizzare le due cose in modo agevole.  Una sfida da vincere, non solo con politiche pubbliche e servizi per le famiglie, ma anche all’interno delle aziende, eliminando quelle rigidità organizzative che non favoriscono la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, perché il tema riguarda non solo le donne, ma il futuro del Paese.