di Francesco Paolo Capone

All’indomani dell’annuncio della Commissione europea, di sospendere per sei mesi le contromisure commerciali (circa 93 miliardi di dollari) contro gli Stati Uniti su auto e industria farmaceutica da oggi, martedì 5 luglio, con provvedimento urgente, in attesa dell’attuazione da parte Usa della riduzione dei dazi (prevista dall’accordo del 27 luglio scorso) su automobili e componenti auto importati dall’Ue, è necessario segnalare un ulteriore sottostante problema, non meno grave: quello del “dazio occulto”. Quest’ultimo è, detto in semplici parole, il dollaro debole, che, per chi esporta nel continente americano, rende più costosi i propri prodotti – in particolare quelli europei già costosi soprattutto se qualitativamente alti – e, per chi importa, più conveniente l’acquisto di prodotti americani. Per comprendere l’entità dello squilibrio, basti sapere che, già un mese fa, l’euro era cresciuto rispetto al dollaro di quasi il 14%, arrivando oltre quota 1,18 e cioè ai massimi da settembre 2021. Un problema, che sta sullo sfondo, ma che è ben più grave del problema principale, cioè i dazi, tanto da mettere in difficoltà la Bce e una ripresa piuttosto asfittica.
Mentre il mondo, i singoli Stati, l’Ue stanno ancora cercando di definire accordi commerciali con gli Usa e/o di capire i riverberi di quelli già stipulati, – pensiamo alla Svizzera sotto shock per i dazi al 39% – nel frattempo, proprio a causa del dollaro debole, conseguenza della politica commerciale trumpiana, fatta anche di annunci e di smentite, di retromarce e ritorsioni improvvise, persino il mercato del lusso sta attraversando una grave crisi e per il nostro Made in Italy non è buona cosa. Neanche il Covid era riuscito a fare tanto, ma il dollaro sì, perché il mercato americano è il primo per i beni di lusso. Lo scenario è cambiato nel breve volgere di un anno e vede in forte calo la spesa dei turisti per beni di lusso sia in Giappone sia in Europa. Insomma, tra dazi e dollaro, gli europei pagano due volte.
È chiaro a questo punto che, pur rischiando una seconda ondata inflattiva nel suo Paese, Donald Trump sta dimostrando, anche con le sue dichiarazioni e scelte estemporanee, di sapere molto bene ciò che sta facendo, dove sta andando e di saper mettere in difficoltà i mercati concorrenti. Tranne, secondo ciò che sostengono gli esperti, quelli emergenti. Che poi sarebbero gli stessi a cui dovrebbero rivolgersi gli europei per compensare le difficoltà esistenti sul mercato statunitense.
Stando così le cose, non è vincente di per sé l’essere aggressivi, come strumentalmente invita a fare la Francia, né l’essere diplomatici, ma sapere con grande precisione dov’è che, come Continente, si intenda andare a parare.