di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL
Se i dati sull’occupazione italiana sono complessivamente molto positivi, resta però da risolvere una questione di primaria importanza, quella della quantità e della qualità dell’inclusione giovanile nel mondo del lavoro. In questo specifico segmento della popolazione attiva, così importante per il futuro del Paese, ci sono ampi margini di miglioramento. Anche perché in Italia il lavoro non manca, mancano, invece, persone con competenze adeguate a svolgere le professioni più richieste dalle aziende. Una contraddizione che denunciamo da tempo: da un lato, le imprese cercano tecnici, manutentori, specialisti dell’ICT, professionisti della meccanica, della moda, dell’energia. Dall’altro, molti giovani faticano a inserirsi nel mondo del lavoro. È il cuore del mismatch tra domanda e offerta: una delle principali zavorre che frenano il pieno sviluppo del Paese. La causa è strutturale: il nostro sistema formativo, per troppo tempo, ha trascurato il collegamento tra scuola e lavoro, tra apprendimento e realtà produttiva, con percorsi educativi spesso ancorati a modelli superati. Ora qualcosa sta cambiando, ad esempio grazie agli Istituti Tecnologici Superiori, di cui si parla oggi sul Sole 24 Ore, un’alternativa all’università per chi cerca una formazione di qualità, ma più breve e incentrata sulla pratica, nella quale oltre il 70% dei docenti proviene dal mondo delle imprese, dove più del 40% del tempo formativo si svolge sul campo, tra laboratori e stage, e che – soprattutto – garantisce un tasso di occupazione che supera l’80%. Sono circa 150 gli ITS attivi in Italia, frequentati da 40mila studenti, ma ancora troppo poco conosciuti rispetto al loro impatto reale. Un modello che rappresenta un buon modo per formare alcuni fra i professionisti che mancano nel mondo del lavoro, da affiancare, con convinzione, all’Istruzione universitaria, però nelle materie Stem. Per trovare un’occupazione stabile e di qualità, dal punto di vista delle nuove generazioni, ma anche per affrontare i cambiamenti in atto nel mondo produttivo ed essere al passo coi tempi, come Nazione. Una questione, quindi, di formazione, di inclusione lavorativa ed anche di competitività nazionale. Un salto culturale che va fatto, necessariamente, perché il mondo sta correndo rapidamente verso cambiamenti tecnologici dall’impatto economico e sociale inevitabile. Nella Silicon Valley americana, le grandi aziende dell’intelligenza artificiale stanno proponendo stipendi a nove cifre per accaparrarsi giovani talenti, in una vera e propria “guerra dei cervelli” paragonabile al mercato delle stelle NBA o agli ingaggi del calcio europeo, segnale eloquente dell’importanza di avere personale preparato. L’Italia non può permettersi di restare indietro, dobbiamo puntare su una buona formazione, perché questa è la chiave di volta per un futuro di sviluppo.