di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

I nuovi dati diffusi dall’Istat sull’occupazione ci consegnano una fotografia incoraggiante del mercato del lavoro italiano: oltre 24,3 milioni di occupati, una crescita di 363 mila unità su base annua, quasi due milioni di occupati in più rispetto al 2021, e un tasso di disoccupazione sceso al 6,3%, molto vicino alla media dell’Eurozona, a 6,2%. Insomma, numeri di cui andare orgogliosi, come detto dalla premier Meloni, che parlano di un’Italia che torna a credere nelle proprie capacità produttive e nel valore del lavoro. Particolarmente significativo è l’aumento dei lavoratori a tempo indeterminato e la crescita dell’occupazione femminile, che rappresentano due elementi centrali per uno sviluppo economico duraturo e inclusivo. Anche il calo della disoccupazione giovanile dell’1,4%, con un tasso che scende al 20,1%, pur se ancora troppo elevato, è un primo segnale da cogliere con ottimismo. A trainare l’occupazione sono, però, soprattutto i lavoratori over 50, che oggi rappresentano il 42% della forza lavoro. Un dato che riflette le conseguenze delle riforme pensionistiche e dell’andamento demografico, ma che comunque impone attenzione, per evitare il progressivo invecchiamento della forza lavoro e favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. In questo senso, è apprezzabile l’impegno dell’Inps con la campagna rivolta a 4 milioni di giovani, che potranno accedere, tramite un Qr code che l’istituto sta inviando a domicilio, a specifici servizi digitali pensati per orientarsi nel mercato del lavoro. Sempre dall’Inps arriva, poi, la notizia che la quota degli occupati tra gli ex percettori del Reddito di Cittadinanza è passata dal 12% del 2019 al 29% del 2024. Un altro dato rilevante, che evidenzia l’effetto combinato tra le nuove politiche attive del lavoro e un contesto economico più favorevole, capace di offrire maggiori opportunità di inserimento lavorativo. Un segnale incoraggiante arriva anche dal Mezzogiorno, dove l’occupazione è cresciuta del 2,2%: un chiaro indicatore di come le politiche attive possano e debbano continuare a ridurre i divari territoriali, rafforzando il tessuto produttivo in tutte le regioni del Paese. Risultati positivi, che però non vanno interpretati come un punto di arrivo: vanno sostenuti e, se possibile, migliorati. Nei prossimi mesi l’economia italiana dovrà, infatti, confrontarsi con nuove sfide, in primis l’impatto dei dazi americani, che potrebbero colpire settori chiave del nostro export, con ricadute anche sull’occupazione. Bisogna proseguire nella direzione presa, rafforzando le politiche industriali e il sostegno alle imprese, ma anche investendo con maggiore determinazione in formazione, innovazione, transizione generazionale e digitale, per affrontare con strumenti adeguati un mercato in rapida evoluzione, affinché il lavoro resti al centro delle politiche economiche nazionali.